A Berlino è stato arrestato un fiancheggiatore di Anis Amri. Lo riferisce la procura federale di Karlsruhe. Intanto proseguono le indagini sul terrorista tunisino: gli investigatori ritengono “fondamentale” il suo cellulare, ritrovato poco lontano dal Tir utilizzato per compiere la strage. Nella rubrica risulterebbero anche contatti italiani.

Anis Amri è l’uomo tunisino sospettato di aver ucciso 12 persone nell’attacco terroristico a un mercatino di Natale di Berlino lo scorso 19 dicembre, l’ultimo di una serie di giovani musulmani radicalizzati che hanno compiuto attentati in nome dello Stato Islamico dopo essere passati per attività criminali di altro tipo. La giornalista del Wall Street Journal Valentina Pop ha messo insieme quello che si sa di Amri e dei crimini che ha commesso in Europa – prima in Italia e poi in Germania – trovando parallelismi con alcuni degli altri autori di attentati compiuti in Francia e in Belgio e rivendicati dallo Stato Islamico. Della vita di Anis Amri, ucciso dalla polizia italiana nella notte tra il 22 e il 23 dicembre a Sesto San Giovanni, qualcosa è già emerso. Amri nacque a Oueslatia, una piccola città della Tunisia, il 22 dicembre del 1992. A 18 anni lasciò il suo paese e arrivò a Lampedusa con un’imbarcazione messa a disposizione da un trafficante di essere umani. Pochi mesi dopo fu arrestato e condannato a quattro anni di carcere per avere causato alcuni danni e un incendio nel centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania. Nei suoi confronti le autorità italiane emisero anche un provvedimento di espulsione, che però non fu mai attuato. Secondo i suoi famigliari, l’esperienza in carcere lo avvicinò alla religione: le stesse autorità penitenziarie notarono “atteggiamenti sospetti tendenti alla radicalizzazione”. In Germania Amri arrivò nel luglio 2015. Si spostò molto fino a che nel febbraio 2016 si stabilì a Berlino: in quel periodo attirò le attenzioni dell’antiterrorismo tedesco perché sospettato di pianificare un furto per rubare i soldi che gli sarebbero serviti per comprare delle armi automatiche da usare in un attacco terroristico. A Berlino Amri spacciava anche cocaina nel quartiere di Kreuzberg, un’area che da alcuni anni si sta gentrificando. Fu messo sotto sorveglianza e ad aprile fece richiesta formale di asilo politico in Germania. La richiesta naturalmente gli fu rifiutata e a giugno fu decisa la sua espulsione, mai realizzata perché Amri era sprovvisto di documento valido e non poteva essere rimpatriato. A settembre la sorveglianza si concluse, non si sa bene perché.

Sembra che in Germania Amri si sia avvicinato al gruppo di persone che orbitava attorno ad Ahmad Abdelazziz, conosciuto anche come Abu Walaa, un predicatore di origine irachena arrestato a novembre nella città tedesca di Hildesheim con l’accusa di terrorismo. Walaa si è autodefinito il rappresentante dello Stato Islamico in Germania ed è considerato dagli investigatori come la figura centrale di una “rete nazionale di indottrinati salafiti-jihadisti che sono strettamente legati tra loro e operano dividendosi i compiti”, organizzata per reclutare e indottrinare nuovi membri dello Stato Islamico e trovare fondi per finanziare il jihad (spesso i viaggi dei “foreign fighters”) tramite furti o truffe sui prestiti. Lo stesso Amri stava per partire per la Siria a un certo punto, ma poi il suo viaggio fu annullato per ragioni ancora ignote. Durante il periodo passato in Europa, Amri usò sei nomi diversi e mentì più volte sulla sua nazionalità; aveva anche più di un profilo Facebook, come ricostruito da Bellingcat, il sito fondato e gestito dal britannico Eliot Higgins. Amri – accusato di spacciare cocaina – non è il primo caso di terrorista che era già finito nei guai per altri crimini più piccoli. Ibrahim e Salah Abdeslam, due degli attentatori degli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre 2015, vendevano hashish a Bruxelles. Salah Abdeslam – unico sopravvissuto degli attentati di Parigi – passò diverso tempo in prigione per essersi introdotto illegalmente in un garage; suo fratello fu più volte indagato per furto, spaccio di droga e possesso illegale di armi. Amri condivideva con altri attentatori anche un’altra cosa: la permanenza in carcere. Sembra che Amri avesse cominciato a radicalizzarsi nei quattro anni trascorsi in prigione in Italia, così come era successo a Khalid e Ibrahim el Bakraoui, due degli attentatori degli attacchi terroristici di Bruxelles del 22 marzo 2016. Quando avevano compiuto l’attacco, i due fratelli el Bakraoui erano da poco stati scarcerati: erano stati condannati per rapina a mano armata e furto d’auto.

L’esperto di antiterrorismo svedese Magnus Ranstorp ha spiegato al Wall Street Journal che c’è una sovrapposizione tra criminali ed estremisti: «Sono a loro agio allo stesso modo nel vendere droga e commettere piccoli crimini da un lato e cimentarsi nell’estremismo dall’altro». Non solo in Italia ma anche negli altri paesi europei a chi commette crimini minori spesso vengono ridotti i periodi di incarcerazione, in modo da risolvere il problema delle carceri sovraffollate. Per l’esperto di diritto criminale belga Brice De Ruyver il problema dei sistemi legali delle democrazie europee è che sono adatti per punire i crimini più che per prevenirli. Inoltre per De Ruyver c’è un altro problema: la polizia e i servizi segreti si concentrano spesso sui sospettati d’alto profilo, quelli che si pensa siano impegnati nel trovare nuove reclute per lo Stato Islamico, o su quelli tornati in Europa dopo aver combattuto in Siria e in Iraq: in questo modo, tuttavia, i sospettati apparentemente meno importanti vengono trascurati. De Ruyver ritiene che dovrebbero essere implementate nuove misure preventive e che i ministri dell’Interno dovrebbero avere il potere di far arrestare individui sospettati di stare pianificando degli attentati, almeno quando esistono circostanze eccezionali.

Tutti i sospettati degli attacchi di gennaio e novembre 2015 a Parigi erano già stati segnalati alle autorità, ma una serie di errori di comunicazione tra intelligence, polizia e autorità penitenziarie aveva permesso ai sospettati di pianificare gli attacchi e portarli a compimento indisturbati. Anche per gli attentati in Belgio sembra le cose si siano svolte in maniera simile, secondo le prove finora raccolte da un’indagine richiesta dal parlamento. Sia nel caso di Amri che in quello degli attentatori di Parigi e Bruxelles, la polizia e i servizi segreti non sono riusciti a raccogliere abbastanza prove per evitare che avvenissero gli attacchi terroristici, anche se i loro autori erano noti alle forze di polizia. Sia l’Italia che la Germania hanno cercato di espellere Amri, senza riuscirci perché l’uomo non aveva i documenti e per questo la Tunisia non poteva rimpatriarlo: e tra tutte le inefficienze dei diversi sistemi nazionali, questa sembra la più incredibile.