L’unica buona notizia di un anno nefasto arriva alla fine, il 29 dicembre. Anzi il 30 per l’esattezza. E arriva dalla Siria, dove, a mezzanotte scatterà la tregua generale concordata tra il regime di Bashar al-Assad e gruppi dell’opposizione, in un tentativo di porre fine alla devastante crisi scoppiata nel 2011 e diventata poi guerra aperta e di lanciare negoziati per una soluzione politica. E’ stata la Russia, alleato senza cui il governo siriano non avrebbe mai potuto prevalere nel conflitto, ad annunciare l’intesa per il cessate il fuoco, che entrerà in vigore dalla mezzanotte e che il governo siriano giudica possibile grazie a “vittorie in numerose aree”. La notizia è stata annunciata in diretta televisiva dal presidente russo Vladimir Putin: “E’ stato appena riferito che oggi, poche ore fa, si è verificato un evento che non solo abbiamo atteso per molto tempo, ma per cui abbiamo lavorato molto”, ha detto durante un incontro con i ministri della Difesa Sergey Shoigu e degli Esteri Sergey Lavrov, “sono stati firmati tre documenti. Il primo tra il governo siriano e le forze armate dell’opposizione per il cessate il fuoco su tutto il territorio della Repubblica araba siriana”.

Gli altri due documenti, ha poi spiegato il capo del Cremlino, riguardano misure di monitoraggio della tregua e “una dichiarazione di disponibilità ad avviare i negoziati di pace per la soluzione della crisi siriana”. Sono accordi “fragili e richiedono molta attenzione e pazienza – ha aggiunto Putin – oltre a un costante contatto con i partner”. Il capo dello Stato russo ha anche annunciato una “riduzione” del dispiegamento delle forze russe in Siria. “Concordo con la proposta del ministero della Difesa di ridurre la nostra presenza militare in Siria”, ha detto, aggiungendo che “la Russia continuerà a combattere il terrorismo in Siria”, ovvero le formazioni jihadiste escluse dall’accordo.

In contemporanea, da Damasco arrivava l’annuncio dello stop totale alle armi da parte dell’esercito siriano, che sottolinea, in un comunicato dello Stato maggiore, che la svolta è stata possibile grazie alle “vittorie e i successi delle nostre forze armate in numerose aree”.

Il cessate il fuoco non riguarda i jihadisti del gruppo dello Stato islamico e quelli dell’ex Fronte Al Nusra (la costola di Al Qaida che si è ribattezzata Fath al-Sham, Fronte per la Conquista del Levante) entrambi sulle liste del terrorismo dell’Onu, degli Usa e della Russia, mentre la seconda formazione è difesa dalla Turchia, che comunque ha accettato l’accordo di tregua, anzi, ne è garante assieme alla Russia, come specificato prontamente dal ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu.

L’intesa è stata appoggiata dalla Coalizione nazionale siriana (Cns, la principale formazione dell’opposizione in esilio), ha annunciato il suo portavoce Ahmad Ramadan. Mentre il ministro della Difesa russo Shoigu ha spiegato a Putin che l’accordo è stato firmato da sette gruppi, che assieme rappresentano “il fulcro” dell’opposizione e le principali forze in campo con le armi, che hanno combattuto il regime di Assad con oltre 60mila uomini: “ai negoziati hanno partecipato i comandanti più influenti dei sette gruppi dell’opposizione”.

Mosca intende ora procedere con i negoziati politici che si terranno ad Astana, capitale del Kazaksitan, e a cui parteciperà certamente anche l’Iran e, nei dichiarati auspici del Cremlino, anche altre “potenze regionali”. Un invito in particolare è stato rivolto in tal senso all’Egitto.

Il ruolo di Assad sarà un punto centrale di queste trattative per una transizione verso nuove elezioni. E si parla già anche di una sorta di assetto federale non dichiarato per la Siria, con aree di influenza spartite principalmente tra Russia, Turchia, Iran. Una prospettiva che relega in un angolo gli Usa, bloccati nella transizione tra l’amministrazione Obama e la presidenza Trump al via il 20 gennaio e che annuncia una situazione delicata per i curdi, che la Turchia vuole vedere ridimensionati nella loro influenza anche oltre la frontiera siriana.