Dopo anni di trattative (il più delle volte rimandate e chiuse con classici papocchi all’italiana) ha chiuso definitivamente le porte la sede romana di Almaviva Contact, facendo partire le lettere di licenziamento per 1.666 lavoratori del call center. Dopo il rifiuto delle Rsu all’ipotesi di accordo è fallito anche l’ultimo tentativo di mediazione del ministero dello Sviluppo economico.
Il viceministro Teresa Bellanova ha spiegato che “purtroppo l’azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura e, quindi, ha ribadito il mantenimento dell’accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma”. La sede di Roma era inattiva dallo scorso 22 dicembre.

La storia dei precari dei call center e delle lotte dei lavoratori di Almaviva risale alla fine degli Anni Novanta. All’epoca l’azienda si chiamava Atesia ed era stata ceduta da Seat Pagine Gialle (che l’aveva fondata allo scopo di compiere ricerche di mercato) a Telecom Italia che decise di utilizzarla per fornire servizi di call center. I primi problemi per i lavoratori iniziarono a manifestarsi quando in seguito alle denunce dei lavoratori nel 1998 l’INPS fece causa ad Atesia a cui contestava la fittizia natura di collaborazione dei contratti di collaborazione. L’azienda definiva i rapporti come “prestazione d’opera”, imponendo ai lavoratori di “affittare” la postazione lavorativa e aprire una partita Iva con cui fatturare il compenso per l’attività di operatori telefonici. Era un periodo in cui non esistevano ancora Co.Co.Co. e il Lavoro a Progetto e il sostegno dato dai sindacati confederali – che soccorsero Atesia nella causa dichiarando la natura di collaborazione del lavoro –  alle forme contrattuali applicate in Atesia fu una delle basi sulle quali venne successivamente sviluppata la legislazione sul lavoro che introduceva queste forme di precariato. Dal 2001 in poi, con la somministrazione dei contratti di tipo Co.Co.Co. i sindacati confederali hanno sostanzialmente fatto sempre fronte comune per aiutare l’azienda a mantenere lo status quo ovvero a non modificare la situazione di precariato dei dipendenti dei call center di Atesia. La frattura tra sindacati e precari si consumò nel maggio 2005 quando la CGIL accusò il Collettivo Precariatesia (costituito l’anno precedente) di essere pagato da Atesia stessa per impedire agli stessi confederali di trattare con l’Azienda. Il collettivo aveva indetto qualche giorno prima uno sciopero per protestare contro il contratto siglato il 24 maggio 2004 da azienda e sindacati nel quale veniva promesso «un percorso verso la stabilizzazione del lavoro» attraverso un massiccio uso di contratti di «apprendistato» e di «inserimento». Accordo che si tradusse nell’assunzione di lavoratori con contratti precari a tempo determinato con contratti Co.Co.Co rinnovati allo scadere senza soluzione di continutà. Secondo quell’accordo alcune vennero trasferite a 29 (del gruppo Telecom) mentre altre rimasero in Atesia che venne acquista dal gruppo COS (il cui azionista di riferimento era Alberto Tripi, socio Telecom). Negli anni, della vicenda si occupò anche il mondo dello spettacolo: Ascanio Celestini realizzò Parole sante, il bel documentario che nel 2007 portò i giovani precari a sfilare sul red carpet della Festa del Cinema di Roma. Al mondo del call center e alle sue distorsioni, si è ispirato anche Paolo Virzì per realizzare il film Tutta la vita davanti. Molte scene vennero girate proprio in Via Vincenzo Lamaro, a Cinecittà dove ormai non è rimasto più nulla. Neanche il cinema. Ma questo non è un film e se lo fosse sarebbe tragicomico. Anzi, ridicolo.