È di almeno sessanta morti accertati il bilancio ancora provvisorio di un regolamento di conti tra bande rivali, sfociato il primo gennaio in violenti disordini all’interno del penitenziario Anisio Jobim di Manaus, capitale dello Stato federato di Amazonas, Brasile nord-occidentale. Soltanto nella mattinata del 2 gennaio sono giunte a buon fine le trattative per la liberazione degli ostaggi, tra cui diversi agenti: lo ha riferito Epitacio Almeida, presidente della commissione per i Diritti Umani dell’ordine nazionale degli avvocati, che ha condotto i negoziati con i rivoltosi. Lo stesso Almeida, che ha definito l’insurrezione “il più vasto e orribile massacro” nella storia delle carceri brasiliane, ha avvertito che il totale delle persone uccise potrebbe ulteriormente aggravarsi, fino a raggiungere le ottanta unità. Per il momento le autorità del Paese sud-americano hanno invece evitato di fornire cifre ufficiali. All’origine della strage, durata ben 17 ore, gli scontri scoppiati tra affiliati al Primer Comando de la Capital, organizzazione criminale di San Paolo, e quelli alla locale Familia do Norte, alleata a sua volta del potente cartello malavitoso Comando Vermelho di Rio de Janeiro. Secondo Sergio Fontes, responsabile regionale per la Pubblica sicurezza, sarebbero stati questi ultimi a passare per primi all’attacco, nell’intento di “eliminare la concorrenza di una fazione più debole”. Tornata la calma, le squadre d’intervento della polizia hanno trovato i cadaveri decapitati di alcuni reclusi, mentre altri presentavano mutilazioni o segni di sevizie, oppure erano carbonizzati.