Germania oggi, che sfacelo di vite e di disgregamento nel terrorismo. Ma è proprio vero che quegli uomini erano schierati in quelle zone della Germania dell’Est? Vale la pena indagare più a fondo. Vale la pena indagare perché è sempre opportuno mettersi in discussione. Sono due le chance portate in atto, quando si parla di terrorismo: si parla di terrorismo quando si parla di attentati costipati, e si parla di terrorismo quando la gente è terrorizzata e non riesce più ad andare al lavoro. Ad andare al lavoro per guadagnarsi il pane. A farsi belli la mattina, a prendere il caffè al bar che ancora ci aspetta sotto casa. “Sono diversi i cursori che fanno di noi un terrorista – dicono gli Isis –  una scuola, una preparazione, una scienza, uno studio, una decisione. E’ la decisione, in ultima analisi, di essere martiri, quella che ci prende di petto e ci attanaglia”, dicono i jihadisti. E tanto basta. Ma tanto è tutto, perché “uno studio” significa “uno studio” di 18 anni, come jihadista. Insomma, terroristi non ci si improvvisa.

Quindi, neanche quelli che guardavano, e se guardavano erano terroristi, erano terroristi improvvisati, ma prendevano parte scientemente a quell’attentato. Ma esistono veramente questi loschi figuri a corredo dell’attentato, oppure sono solo traduzioni sballate quelle che ci arrivano? Speriamo che siano solo traduzioni sballate (lo speriamo tutti). “Tre” diavoli bastano per tutti. I punti indicati dalle traduzioni sono sbagliate. Perché Gottinghem – quella che loro chiamano Gottinghem – ma che per tutti è Dresda, dista 800 metri dal punto indicato sulla cartina, (quei “50 km” da Dresda), mentre si è già a Dresda. Secondo errore delle traduzioni (Frz). Dresda è a 50 km da Berlino, perché Berlino è collegatissima con Dresda, e le città tedesche sono molto ben collegate l’una con l’altra. Tutto qua, se si sbagliano le distanze si sbaglia tutto, e la fonte è incerta, tutto qua. Gottinghem, che non è altro che Noringa, in dialetto bavarese e, secondo fonti tedesche, non esisterebbe sulla cartina.

Sentiamo l’altra campana: secondo le traduzioni arabe, andando avanti, si scopre che le distanze tra le città sono chilometrizzate in “mecche”, ovvero in mausolei dedicati a Maometto: ovvero la distanza tra Dresda A e Dresda B sarebbe misurata “a” 50 km dal loro sepolcro. Ed erano a 50 km dal loro sepolcro perché “per loro” non si può violare un luogo sacro. La macchina grigio perla sporco partiva dalla Mecca A, e quella che per loro è la Mecca A è El Cairo, in Egitto, ed era “sporca di “fango tedesco” e di “polvere” del deserto,   come secondo la lettura jihadista del Corano “va preparata”… Una pietanza, tutto qua, anche se non ci metteremo a sindacare su quale sia la pietanza per i jihadisti, visto che già abbiamo accennato al fanatismo che mai nessun occidentale potrà comprendere fino in fondo, proprio per mancanza di natali, e basta quello. Insomma, su questo attentato ci si lavora su, e bisogna sentire tutte le campane. E forse è meglio non affossare lo stivale nella terra della jihad per non rimanerne infangati. Allora indaghiamo ma andiamoci con i piedi di piombo. Gli interrogativi sono tanti. E sembra che, sulla cartina, la posizione degli indicatori segnali una croce. Al centro della croce c’è il deposito del Tir, che lì, secondo fonti indiscrete, ha stazionato per due/tre giorni, prima di partire. E’ targato Beirut, ecco cosa è targato. E la targa è “jihadista”. Si è parlato di tir confiscato, ma questo è voler andare più a fondo della questione. E poi diamo uno stop al misticismo jihadista, che ci hanno cercato di inculcare bandiere su giornali e giornali.

I giornalisti si stanno arrovellando su questo caso e noi lo portiamo avanti perché “dopo le lacrime c’è la nostra rabbia”, dicono i tedeschi, e hanno perfettamente ragione. Il tir, stando a sentire queste campane, proverrebbe da Beirut – sono ipotesi, ma sono campane esistenti – e non sarebbe mai stato in Egitto. Gli attentatori sarebbero venuti in treno, con biglietti veri, come dustinerf, e sarebbero approdati in quella che loro chiamavano Berliner. Avrebbero fatto il giro delle città in 17 mesi per poi infine portare a pallino l’attentato. Due giorni e poi il colpo. Avrebbero fatto il giro di quelle città per “visitare” gli anstanti, compresi quelli del crash test. Un tir “fantasma”, che cambiava continuamente targa, targandosi perfino Detroit 247.