Manuel ha pianto per appena 30 secondi, quando ha incontrato i genitori ieri mattina all’alba dopo aver confessato di aver ucciso Salvatore Vincelli e la moglie Nunzia Di Gianni, con un’ascia, per 80 euro, prima tranche di una promessa di 1000: soldi pagati e da pagare dal suo amico, il “mandante”, Riccardo Vincelli, figlio della coppia uccisa, che di anni ne ha 16, uno in meno dell’amico, e di lacrime non ne ha versate per neanche mezzo secondo. Hanno ucciso insieme, omicidio premeditato aggravato dai futili motivi, recita formalmente l’imputazione. Hanno ucciso senza un perché, o meglio per i rapporti conflittuali che Riccardo aveva con la madre, con la sua famiglia. Dopo una lite lunedì mattina, al suo ritorno da scuola, causa scatenante dell’omicidio, visto che il padre Salvatore aveva chiamato la scuola, attorno alle 14, chiedendo di parlare coi dirigenti scolastici. Tensioni e tanto altro, dunque, alla base di questo omicidio «compiuto con efferatezza senza precedenti», spiegano in conferenza stampa il procuratore Bruno Cherchi e il colonnello Andrea Desideri, parlando di «accordo» tra i due ragazzi senza entrare nei dettagli investigativi, come del resto fanno sul movente, spiegando di non «poter dar risposte superficiali» sulla possibilità che il motivo scatenante potesse essere il comportamento scolastico o brutti voti di Riccardo. La decisione di arrestare i due ragazzi con un fermo per duplice omicidio è arrivato ieri mattina all’alba, dopo interrogatori fiume, dopo che i pm Giuseppe Tittaferrante e Silvia Marzocchi (procura minori) hanno contestato ai due giovani le tante e troppe contraddizioni. Sono crollati confessando, indicando dove trovare l’arma del delitto, un’ascia lunga un metro, usata per sferrare quei colpi micidiali, 9 in tutto e cancellare le vite della coppia. Facendo trovare anche i loro vestiti sporchi di sangue, gettati con l’ascia in un canale a Caprile, dove abita Manuel, dove fino a pochi mesi fa abitava la famiglia Vincelli. Una confessione “costruita”, arrivata a seguito delle indagini incisive dei carabinieri di Ferrara e Comacchio, sguinzagliati per tutta la giornata e la notte di lunedì, fino a ieri all’alba a cercare prove e riscontri. Uno su tutti, le scarpe che Manuel indossava durante la mattanza nella camera da letto dei coniugi Vincelli. Manuel calza scarpe numero 41 e in tutta la casa c’erano solo impronte di questa taglia. Riccardo invece calza un numero 45, ed è stata questa la svolta del caso. Manuel è stato incastrato dalla pianta della scarpa, marca Adidas, perché le sue impronte erano stampate nelle chiazze di sangue in camera da letto e sulle coperte, addirittura. E questo spiega l’efferatezza di quei colpi, inferti dall’alto verso il basso, in piedi sul letto. Poi dopo la mattanza, il depistaggio. Inutile e pasticciato. «La loro non è stata un’ammissione di responsabilità immediata», spiegavano ieri procuratore e comandante carabinieri. Dunque una confessione sofferta, alla luce di quel depistaggio, tentato, che non ha tenuto. Fin dai primi momenti, gli inquirenti avevano indicato in una pista familiare la chiave del delitto: e così è stato. Ma ribadisce il colonnello Desideri «la capacità di investigatori e magistrati è stata quella di riuscire a gestire, proprio perché si trattava di minori, l’ipotesi che i due avessero potuto aver commesso un omicidio di tale efferatezza». Era difficile crederci, anche per loro, credere a tanta brutalità in due ragazzi: «ma passo dopo passo, un pezzettino del puzzle dopo l’altro – chiude Desideri – siamo riusciti a capire se i due ragazzi erano nelle condizioni di aver commesso un simile gesto: di fatto questa ipotesi nella mattinata (ieri, ndr) si è concretizzata». Ma non è stato facile: umanamente, uno degli inquirenti, sfogandosi dice che ascoltarli e vederli arrancare con le parole «è stato imbarazzante». Dopo. Perché prima di tutto, c’è la brutalità del delitto. Realizzato materialmente dall’amico, l’esecutore, il killer. Manuel infatti nella notte di lunedì, alle 5, poco prima dell’alba, è entrato da solo in casa (lo dimostrano le sue impronte stampate nel sangue): da solo uccide i coniugi, poi il piano premeditato con Riccardo non ha retto. Non riusciva da solo a portar via i corpi, a trascinarli dalla camera da letto: Salvatore Vincelli lo troveranno in garage, Nunzia di Gianni in cucina. I corpi lasciati lì, con le teste avvolte in buste di plastica – per depistare – ma intanto era saltato il piano “A”. Ecco allora Riccardo ed M. inventarsi il piano “B”: la rapina, l’intrusione di qualcuno entrato per rubare e poi uccidere. Alle 13 Riccardo lancia l’allarme: e racconterà di aver trovato i corpi dei genitori uccisi. Dirà ancora negli interrogatori di aver visto giorni prima un’auto sospetta aggirarsi attorno casa, aggiungere poi che era sparito un mazzo di chiavi per spiegare l’ingresso di estranei. Il suo racconto «imbarazzante» non ha retto. Lui sì, invece: nemmeno mezza lacrima per i suoi genitori.