“La mia storia”. È così che si scrive quando si racconta una storia avvincente e a tratti accattivante, su una ragazza perduta nel tempo. È così che si dice quando, la ragazza perduta nel tempo, è ancora viva. Questa è la storia della Signorina X, e la trattteremo ampiamente. Lasciò un ampio libro di memorie, ma poi di lei non si seppe più nulla. Più nulla, era persa nel tempo e nello spazio, ed era morta per due anni interi. Quella mattina, ero corso in redazione per vedere se era tutto in ordine. Ero corso in redazione per vedere se c’era ancora quella notizia che balzava agli onori della cronaca: “Donna impazzita all’interno di una casa accoltella tutti e dà fuoco a tutti”. Diciassette anni dopo venni a sapere che, quella donna, era Adelaide, e che quella casa, in realtà, era un bordello. Aveva le crisi di pianto, questa ragazza, quella mattina. Aveva le crisi di pianto perché un marocchino, armato di tanica di benzina, si era avvicinato a casa sua e le voleva dare fuoco all’abitazione. Tolleranza “zero”, ripeteva Rudolf Giuliani alla radio, e tolleranza zero era diventato il motto di tutti. Era diventato il mito di tutti, questo sindaco Americano che se la tirava davanti ai giornali e non concedeva una intervista che fosse una.

Se la tirava e non concedeva spazio a nessuno, a nessuno che fosse uno, per parlare al microfono della gente. E non concedeva neanche spazio al marocchino di turno armato di tanica di benzina. Bene, la ragazza in questione era una “rudolfiana” e, come tutti gli americani, mai razzisti come lei, tifava il sindaco e seguiva tutti i suoi discorsi. Tifava il sindaco e tifava tutti i discorsi che questi faceva alla radio e alla televisione, come ogni buon italiano che si rispetti. Caffè, sigarette e giornale, si amava ripetere, “se mi posso permettere questo, mi posso permettere tuto”. E studiava, studiava architettura del paesaggio in uno studio di ingegneria. “La tua ragazza studiava”, amavo ripetere a mio figlio, che era ingegnere nato e che, quello studio di ingegneria, governava. Era un poveretto, in Italia, ma di antichissima famiglia americana negli Usa. Studiava e armeggiava con le penne e, senza gli studi e i lavori di famiglia, cercava di guadagnarsi il pane quotidiano. Perché, vedete, quello era il suo sposo. Era il suo sposo e l’amava profondamente, mia suocera, desaparacidos da bambina e ora scomparsa, scomparsa da due anni per tutte le voci malevole che la accompagnavano. Era morta due anni, ecco cosa aveva fatto. Ed era stata sostituita in vita dalla nipote tanto odiata, una nipote inventata che voleva prendersi l’eredità, la sua vita e tutto il resto. Gli immobili restarono a mio nipote, che era sempre stato il figlio, e la ditta di costruzioni e le sue veci, divennero una holding. Lui vendette tutto, e riparò in America dove divenne ricco e famoso grazie ad altri studi di avvocato e  di ingegnere, che ha sempre portato avanti e che gli rendono tantissimo. Avevano diciassette figli, questi giovani baciati dal destino, e lavoravano per loro e per nessun altro. Gli altri erano tutti adottati e nessuno ne voleva sapere di loro, perché erano intrattabili. Ma mio figlio di intrattabile aveva poco, e lavorava come un mulo, per tutta la famiglia. Era ricchissimo e poteva permetterselo. Era ricco e guadagnava poco, e questa, signori, non è uno storia di avatar.

Tutta la famiglia era riunita, e, fin tanto che essi erano liberi e felici, questa storia non si poteva sapere. Ma ora, alla fine del praticantato architettonico, questa storia può essere resa nota. Una storia che va resa nota per l’innamoramento dei due, per la bellezza di lui e di lei. Tutti e due stupendi, oseremmo dire, con un padre, me stesso, tiranno, che lo rivoleva in America. “No”, mi disse lui, e in Italia con i suoi bei pargoli – gli portavano il caffè ogni mattina – se ne restava. Io ero contentissimo, in realtà, contentissimo che avesse trovato una propria strada, un proprio matrimonio, una propria vita. Tutto questo sogno gli venne interrotto da una coltellata, una coltellata che arrivò al petto di lei e che la stese a terra. Era una mattina del 10 novembre 1999, e la moglie di mio marito fu uccisa. Si risvegliò nel 2001, in preda alla crisi di panico. Lui, due anni dopo, la aveva dimenticata, perché aveva ripiegato in America, e i suoi figli li aveva sistemati in una piccola comunità protestante, con tanto di casette costruite da loro, che ancora vigila nella memoria. Casette costruite e regalate, con materiali d’eccezione, nella provincia di Roma. Lui stesso le aveva ingegneristicamente progettate e, per Lilla e le altre, erano perfette. La storia si interrompe, perché la mia mente ha un singulto, ed ecco che mi ritrovo zio, e ora amante, di quella ragazza così bella. Un passato recuperato, ed ecco mio figlio che spunta dalla porta con i lacrimoni. “Per me non fu difficile venire ad abitare in Italia, con il mio genio, perché avevo i soldi in tasca, 200 mila euro, per costruirlo, e l’Italia dista soltanto 8 ore da dove mi trovo io. Otto ore – ha continuato – di aereo per raggiungere la felicità”. E con essa mi consegna una piccola chiave, una piccola chiave argentata. La chiave del suo cuore. Piccola Dalila, torna tra noi.

Mic