L’atmosfera è da stadio. Il grande show comincia alle 21.20, con l’Inno alla Gioia di Beethoven, poi l’attore Peppe Lanzetta legge il suo monologo: Il re è tornato. Dopo la proiezione dei videomessaggi di Totti e Del Piero, salutato da un’ovazione, sul palco sale Diego Armando Maradona, in completo nero. Per lui il tempo non passa mai. A trent’anni dallo scudetto, il San Carlo diventa San Paolo, el Pibe de oro dice d’un fiato: «Mi sento come a casa, come mi sono sempre sentito qui. Io non tradisco…».  È il solito, incorreggibile Diego, che subito va all’attacco e para le polemiche: «Qualcuno si è lamentato perché qui il biglietto costa 300 euro, ma l’abbiamo fatto perché Pelè organizza uno spettacolo e li vende a 200 euro. Lui deve arrivare sempre secondo». Sullo sfondo, spunta anche una foto di Gesù e, poi, tra le risate del pubblico: «Messi non è neanche l’unghia del tuo piede destro». Gli amici e i protagonisti del grande Napoli si alternano sul palco del teatro. Al centro c’è la prima maglia del Napoli, regalata a Salvatore Carmando, storico massaggiatore azzurro che Maradona volle anche nella nazionale argentina. C’è Gigi Savoia che racconta «com’era Napoli prima di Diego». Applausi, e giù fischi quando calano le sagome dei nemici Platini e Blatter: «Non siamo dei ladri, via». Il pubblico intona: «Oh, mamma, mamma, mamma». Entra Gianni Minà, e l’abbraccio è lungo un’eternità. «Con lui farei qualunque cosa», dice il giornalista. Diego rievoca lo storico gol alla Juventus, quel «tanto gli segno lo stesso» che fece infuriare Tacconi. Maradona chiama Reina: «Tu sei portiere, lo sai quanto è difficile fare gol da così vicino». Sullo schermo le immagini di una carriera. A ogni scatto viene associata una parola: razzismo, invidia… e dopo il tiro a segno libertà. «Ha dribblato tutti questi mali del mondo per la libertà». Diego si commuove e ammette: «Mi pacerebbe che mamma lo vedesse». L’emozione più forte è legata ai ricordi di famiglia, e anche del padre, con la sveglia all’alba per andare a lavorare in fabbrica. «Lo ringrazio per avere sfamato tutti e sette a casa. Ci sono mancate tantissime cose, ma non c’è mai mancato l’amore. La prima volta che mi ha detto che avevo giocato bene è stato dopo Argentina-Inghilterra». Non solo calcio. Assieme a Minà, Maradona tocca i temi più svariati: «Con il Papa argentino mi sono avvicinato alla Chiesa, siamo in due adesso a “rompere la testa”. Lui mi ha chiamato e io sono andato, sono sempre dalla parte dei bambini che soffrono», dice ricordando anche l’impegno del Pontefice contro il dramma della droga. C’è poi spazio per ricordare Castro: «Sono stato 9 ore e 15 minuti a parlare con Fidel e 8 ore e 40 minuti a parlare con Chavez e non mi sono annoiato. Con Trump? Non capisco l’inglese e con lui non voglio capirlo». Non manca il momento con il magistrato: Catello Maresca, un altro cresciuto «sugli spalti del San Paolo». «Diego, mi hanno chiesto di farti una domanda. Io in genere le faccio in altri posti». «Meglio qui», replica il campione e il pm parla della paranza dei bambini, invitando Maradona a dire la sua: «Ai ragazzi dico: non prendete la droga, non sparate. I ragazzi dell’Orchestra della Sanità sono l’esempio più grande, loro hanno vinto come ho vinto io. So che Napoli ce la farà lottando». Dal San Carlo a Gomorra, sul palco arriva pure Salvatore Esposito, alias Genny Savastano: «Ma io sono un bravo ragazzo, sono venuto con mia mamma e mio padre». Gag e battute su “Goalmorra”, un’ipotetica squadra con i personaggi della fiction schierati in campo: don Pietro Savastano in porta, Ciro l’immortale che gioca in difesa, «un tempo con noi e un tempo con gli avversari: è sciossionista». A destra Scianel col fisico di Bruscolotti e così via». Sul palco campeggia anche la maglietta rossa delle Cebollitas, la squadra giovanile dell’Argentinos: cento vittorie di seguito, la prima tappa della storia del calcio. «Che non è solo felicità». Il tributo continua con Lina Sastri – in abito nero, tacchi e spacco profondo – che omaggia Pino Daniele e Diego con Napul’e. Poi è la volta dello scrittore Maurizio De Giovanni. Era de maggio è l’incipit del suo racconto che rievoca la festa della città per gli scudetti e facendo l’appello dei giocatori che hanno fatto la storia del calcio azzurro. Quando compare la figurina di Ciro Ferrara, il pubblico fischia e Maradona stoppa tutto. Sul palco salgono allora i giocatori del Napoli vittorioso e il San Carlo si trasforma ancora una volta nel San Paolo. Ognuno di loro parla del suo momento più bello nell’avventura condividsa Diego: per Di Fusco è la vittoria sulla Juve in Coppa Uefa, per Renica «i valori trasferiti da Diego», Carnevale rivela di «avere visto la Madonna con lui», Carannante la prima visita medica, insieme. Si chiude con il rap di Clementino.

Alessandro Siani, il re del botteghino italiano che ha scritto e diretto lo spettacolo, è dietro le quinte, lo spettacolo è tutto per Diego. «Voleva fare un film – svela il comico -. Poi ho pensato: ma si sveglierà alle 6 del mattino per parecchie settimane? Mangerà ogni giorno il cestino? Mi sono risposto di no e ho concentrato tutto in uno spettacolo teatrale. Volevo raccontare il percorso di un uomo non facile». Costruiti ad arte momenti di finta tensione, con le incursioni sul palco: «Diego, posso stringerti la mano?». «Uuuu, è la mano di Dios».Allora la platea intona «chi non salta juventino è», e quasi crolla il teatro.

L’ultimo passaggio è per Diego Junior. Con la mano sul cuore: «Voglio mio figlio qui sul palco, accanto a me, ti chiedo scusa dopo trent’anni: non ti lascerò mai più». Giù il sipario. Suona l’Orchestra dei ragazzi della Sanità, altro simbolo del riscatto di Napoli. Sulle note di «’O surdato ‘nnammurato» Maradona saluta il San Carlo: canta a squarciagola «oj vita, oj vita mia» e palleggia con il mappamondo e con Alessandro Siani, un gioco che rievoca «Il grande dittatore» di Chaplin. «Auguro al Napoli che vinca tutto, voglio che la gente di Napoli sia felice», dice il Pibe de Oro, mentre dalla platea gli urlano di non andare via. «Noi ti amiamo, tu puoi tutto, ora hai anche le chiavi della città», rilancia Siani. «Tutti mi danno le chiavi, ma non ho l’indirizzo», scherza l’argentino. E manda un messaggio (quasi un assist) a De Laurentiis, seduto in poltronissima: «Al presidente chiedo di vincere, abbiamo fiducia in lui. Io non me ne voglio andare. Qui sto benissimo. A Napoli sono stato felicissimo».