Annamarracontemporanea, è inaugurata la mostra in via Sant’Angelo in Pescheria 32, dove sarà visibile fino al 12 febbraio, con catalogo Gangemi. La ricerca della propria identità è un diritto fondamentale e inalienabile di ogni uomo e di ogni donna, e di chiunque stia cercando il suo essere. Segno di civiltà, l’autodeterminazione personale è legittima, anche se spesso, oggi, è ancora da legittimare. Negli scatti fotografici e nei video, Martine Gutierrez indaga così in profondità il tema dell’identità personale e collettiva che giunge quasi a metterne in discussione lo stesso significato, manipolando la sua persona e i manichini che convivono con lei sul set. L’artista costringe lo spettatore a mettere in discussione le proprie percezioni dei gruppi sociali e a riflettere sulla modernità fluida della realtà: all’interno di un gruppo, infatti, l’individualità si perde, i manichini sembrano umani e gli umani manichini, ma tutti comunque perdono la loro identità. Da questo annichilimento Martine Gutierrez prende le mosse per ricostruire le identità possibili.
Senza alcuna possibilità di vivere un’esistenza propria, i manichini hanno storie complesse e nomi comuni (Anita, Marie, Rosella, Palma, Mimi, Raquel). Gutierrez si confonde tra le donne inanimate, fatte di plastica e diventa una di loro assumendone di volta in volta le medesime sembianze e posizioni: costumi, accessori, trucco, pose del corpo ed espressioni del viso sono pensati e realizzati dall’artista per ogni set. A prima vista, l’osservatore non è in grado di distinguere la figura umana dal manichino. Il manichino – uomo o donna che sia – è il mezzo per creare un alter ego dell’artista, la coscienza critica attraverso cui esplorare tutto quello che noi viviamo proviamo e condividiamo nella società. «La società – sostiene l’artista – perpetua rigide dicotomie e costruisce preconcetti, come maschio vs femmina, gay vs etero, minoranza etnica vs uomo bianco, realtà vs fantasia, dominante vs sottomesso, ecc. Però l’interpretazione di questi costrutti è soggettiva e non immutabile. Infatti la realtà, come genere, è ambigua perché la sua esistenza è fluida. Gli unici limiti alla sua comprensione sono quelli che ci imponiamo noi stessi.»
Quando Martine Gutierrez si finge un manichino, non sente di impersonare un ruolo vuoto, ma denuncia silenziosamente che la realtà non è sempre “come si vede” e che è necessario andare oltre l’apparenza per comprenderne la naturale complessità. Con il suo lavoro, l’artista non pretende di dare risposte certe, intende stimolare lo “spettatore” a ragionare con la propria testa, aiutandolo a liberarsi, nel lasso di tempo necessario alla fruizione dell’opera, delle sovrastrutture mentali che spesso finiscono per intorpidire le coscienze, singole e collettiva. In questo modo ogni individuo può comprendere autonomamente il messaggio dell’opera e, una volta interiorizzato, può farsene interprete all’interno del contesto sociale, quel “gruppo” di cui si diceva sopra. È l’educazione di ogni “singolarità” che accende la miccia per innescare le dinamiche di gruppo necessarie per garantire l’autodeterminazione del singolo e l’integrazione nella collettività.
Le ambientazioni che accolgono i suoi set esistenziali – interni residenziali o esterni antropizzati – assumono un ruolo decisivo: sono profondamente malinconiche, e talvolta violente; la realtà cede il posto alla rappresentazione di se stessa e la finzione ci mette di fronte alla prepotenza delle convenzioni sociali. L’artista ci catapulta in un mondo “altro”, dal quale possiamo evadere solo arrivando alla consapevolezza che la realtà ha infinite sfaccettature, e tutte di pari dignità.
Nella serie Line Ups (2014) Gutierrez è circondata da manichini abbigliati e acconciati come l’artista. I vestiti drappeggiati e arricchiti con il pizzo, gli interni eleganti e i materiali pregiati rimandano a un lusso ostentato che in realtà non è. In questi scatti sembra di riconoscere la vita mondana delle attrici hollywoodiane, delle pop star e delle top model. In realtà i set sono realizzati con materiali semplici e proprio grazie a questa dicotomia tra forma e significato l’artista spinge lo spettatore a riflettere su alcuni stereotipi tipicamente femminili: il fascino, il desiderio e la sensualità. Per contro, nella serie Girl Friends (2014) la prospettiva cambia: l’artista si ritrae in scene familiari, di interni ed esterni, mentre interagisce muta con i manichini di Anita & Marie, Rosella & Palma, Tess & Nomi, per esplorare l’intimità e i confini fluidi delle relazioni tra tre coppie di donne immaginarie. Gli scatti di piccolo formato, in bianco e nero, sono suddivisi in tre serie da sette scene ciascuna e nell’intero complesso svolgono una narrazione, intima e possibile, di azioni quotidiane di donne comuni, che sembrano essere familiari pur essendo ricostruzioni cinematografiche. Sensuali e drammatiche sono invece Ebony, Luxx, Mimi e Raquel protagoniste della serie Real Dolls (2013), fotografie di piccolo formato a colori in quattro serie da quattro scene ciascuna. Qui Gutierrez assume il ruolo di una sex doll a dimensioni reali. Riprese in luoghi comuni, ma in pose inconsuete, le bambole diventano così un alter ego che prende esattamente il posto dell’essere umano, e svelano una figura femminile sola, priva di vita e confinata tra le mura domestiche. La ricostruzione degli ambienti oscilla tra bellezza e stravaganza, eccentricità ed eleganza, desiderio e brutalità. La mostra si chiude con il video Clubbing (2012), che mette in scena un gioco eccentrico in bilico tra realtà e fantasia, nel quale l’artista si esibisce in passi di danza vestita di paillettes moltiplicandosi in coppie di ballerini che simultaneamente interagiscono le une con le altre, esprimendo i ruoli di genere attraverso le pose che ognuno di loro assume.
Le sue fotografie sollecitano domande sul senso di realtà; giocano con gli stereotipi di genere e con le ambientazioni al limite dell’irreale; fanno trasparire, infine, la passione dell’artista per il glamour anni Cinquanta (dalla pubblicità alla moda) e per la cultura pop degli anni Novanta (i diversi modelli di Barbie, ad esempio), per la musica (i dischi delle Spice Girls) e per il cinema (Agente 007 – Una cascata di diamanti e soprattutto Il quinto elemento, il suo film preferito). «Tutto il mio lavoro – spiega l’artista – è basato sulla narrazione e penso che questo sia dovuto, in parte, al mio amore per il cinema.» Ogni scatto fotografico di Martine Gutierrez è la testimonianza di un atto fisico, una trasformazione corporale – una performance o un happening – che l’artista pratica mimeticamente e studia fin nei minimi dettagli per indurci a riflettere sulla complessità delle dinamiche sociali del nostro tempo.

S. C.