L’ambasciata italiana a Tripoli è già a rischio nel caos libico, a pochi giorni dalla sua riapertura. Due kamikaze hanno tentato di farsi esplodere proprio nei pressi della nostra sede, ma il tentativo è andato a vuoto e nessun membro del personale è rimasto coinvolto. In serata, i media libici hanno diffuso la notizia dell’esplosione di un’autobomba vicino alla sede diplomatica italiana, nella zona di al Dahra, dove si trova anche la sede egiziana. Secondo una fonte della sicurezza, un uomo «ha tentato di parcheggiare» la sua auto carica di esplosivo «proprio nei pressi dell’ambasciata italiana», ma è stato sorpreso dal personale della sicurezza, che lo ha messo in fuga. Così si è fermato in mezzo alla strada, facendosi esplodere di fronte al Ministero della Pianificazione, a circa 400 metri di distanza. La Mezzaluna Rossa poi ha recuperato due corpi dall’auto esplosa, e al momento non ci sono informazioni su altre vittime. La Farnesina ha confermato la notizia dell’esplosione nei pressi della nostra sede, sottolineando che «il dispositivo di sicurezza locale messo a protezione della cancelleria diplomatica ha funzionato perfettamente». E dopo l’incidente, le autorità libiche «hanno immediatamente e visibilmente rafforzato la sicurezza attorno alla nostra Ambasciata e alla Residenza dell’Ambasciatore Perrone». Quindi, ha confermato che tutto il personale in servizio presso la sede non è stato coinvolto dall’attacco e sta bene. Appena undici giorni fa l’ambasciatore Giuseppe Perrone aveva presentato le credenziali al governo di unità nazionale libico, riaprendo la sede diplomatica, la prima di un Paese occidentale. Tale scelta, compiuta per marcare il carattere strategico delle relazioni italo-libiche, aveva scatenato le proteste di Tobruk, il governo de facto dell’est del Paese ostile a Tripoli, che aveva parlato di «nuova occupazione» italiana. Fonti vicine al Consiglio presidenziale libico dicono che l’obiettivo degli attentatori era il ministero della Pianificazione, video di alcune telecamere di sorveglianza della zona lo confermerebbero. L’ordigno sarebbe una bombola del gas, quindi si tratterebbe di una bomba dal basso potenziale distruttivo. Ciò porterebbe a interpretare il gesto come un atto intimidatorio nei confronti del governo di Al-Sarraj. In questo scenario, intanto, il Cairo oggi ha ospitato la decima riunione ministeriale dei sei paesi confinanti con la Libia, che hanno concordato una dichiarazione in cui mettono in guardia da qualsiasi soluzione «militare» della crisi libica. Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan, Niger e Ciad si sono appellati alle controparti libiche affinché proseguano nella via del «dialogo politico in stallo da oltre un anno e creino un governo di vera unità nazionale che stavolta tenga meglio conto della fazione arroccata a Tobruk attorno al generale Khalifa Haftar.

In questo quadro, la dichiarazione dei sei sembra esortare proprio a risolvere la questione-Haftar quando chiede al Consiglio presidenziale di Sarraj di formare «un governo di accordo nazionale che rappresenti tutti i poteri politici libici», in modo che la Camera dei rappresentanti insediata a Tobruk possa concedergli la fiducia.