L’ordine esecutivo di Donald Trump sull’immigrazione continua a suscitare proteste e polemiche, negli Stati Uniti e in campo e internazionale. Dopo le critiche di Barack Obama e di tanti procuratori, per il presidente insediatosi soltanto dieci giorni fa si è aperto un nuovo fronte interno: uno scontro durissimo con la ministra ad interim della Giustizia Sally Yates che è stata rimossa dall’incarico dopo aver ordinato ai legali del suo dipartimento di non difendere il decreto in tribunale. “Ha tradito il dipartimento di Giustizia rifiutando di attuare un ordine messo a punto per difendere i cittadini americani”, ha affermato la Casa Bianca. Al suo posto è stata nominata Dana Boente, procuratore per il distretto orientale della Virginia, che ha subito affermato di essere pronta ad applicare il decreto immigrazione e, riferisce una nota, ha dato istruzioni agli uomini e alle donne del dipartimento della giustizia “di fare il loro dovere e di difendere gli ordini del nostro presidente”.

Yates, una delle “superstiti” dell’amministrazione Obama, sarebbe rimasta in carica fino alla conferma di Jeff Sessions, designato da Trump, da parte del Senato. Nonostante questo ha preso posizione nettamente contro il contestatissimo provvedimento varato dal capo della Casa Bianca. “Fino a che sarò alla guida di questo dipartimento” il decreto sull’immigrazione non sarà difeso, ha detto manifestando seri dubbi sulla legittimità dell’ordine esecutivo la cui difesa a suo avviso non risponderebbe “al solenne obbligo di questa istituzione di cercare sempre la giustizia e schierarsi per ciò che è giusto”. Una mossa simbolica, considerando che Yates avrebbe comunque lasciato l’incarico in breve tempo, che ha però dell’eccezionale nella storia Usa, così come la mobilitazione di migliaia di persone contro un ordine esecutivo di un presidente insediato da poco e le critiche del suo precedessore. Un altro schiaffo dell’amministrazione Obama a Trump. Che il consigliere presidenziale Stephen Miller ha bollato come “un’ulteriore dimostrazione di come il nostro sistema giudiziario sia politicizzato”.

Nella nota con cui ha annunciato la rimozione di Yates dall’incarico, la Casa Bianca ha nuovamente difeso il decreto sull’immigrazione: “È il momento di essere seri nel proteggere il nostro Paese. Chiedere controlli accurati per gli individui che arrivano da sette posti pericolosi non è estremo. È ragionevole e necessario per proteggere il Paese”.

Quasi contemporaneamente a Yates, Trump ha silurato anche il capo ad interim dell’Immigrazione e dogane, Daniel Ragsdale, pure un ex dell’amministrazione Obama. Il segretario alla Sicurezza interna, John Kelly, ha reso noto che sarà sostituito da Thomas Homan il quale “opererà per l’applicazione delle leggi sull’immigrazione sul territorio degli Stati Uniti, in confromità con i nostri interessi nazionali”.

Intanto un documento interno del dipartimento per la Sicurezza fornisce un primo bilancio dell’attuazione del provvedimento varato da Trump, che nei giorni scorsi ha provocato il caos negli aeroporti: a 348 persone in possesso di visto è stato impedito di imbarcarsi su voli diretti negli Stati Uniti; più di 200 sono arrivate negli Usa ma è stato loro vietato l’ingresso; oltre 735 sono state trattenute negli scali per essere interrogate e tra loro 394 avevano la carta verde, quindi erano legalmente residenti negli States.

La Casa Bianca ha anche respinto le critiche dei diplomatici che hanno manifestato il loro dissenso contro la decisione di Trump sul bando agli ingressi negli Usa da sette paesi a maggioranza musulmana. «Se non aderiscono al programma possono andare», ha detto il portavoce Sean Spicer interpellato a riguardo dai giornalisti. «Se qualcuno ha problemi con l’agenda si pone la questione se debbano rimanere in quel ruolo o meno – ha aggiunto -. Si tratta della sicurezza dell’America».