Importante vittoria della società civile dove meno te l’aspetteresti, nel più grande paese dei Balcani, europeo da secoli nella cultura e nella lingua ma ancora ferito da mezzo secolo di stalinismo sterminatore, la Romania. Il governo di coalizione tra i socialisti, primo partito dopo le elezioni dell’11 dicembre scorso, e i liberali della Alde, ha deciso di ritirare e revocare il decreto salva-corrotti contestato da proteste oceaniche che da oltre una settimana invadono ogni giorno la capitale Bucarest e le altre grandi città del Paese. Lo hanno annunciato prima il leader dell’Alde, Calin Tariceanu, poi il premier socialista Sorin Grindeanu in persona.

“Non voglio dividere il Paese, la Romania non può essere divisa in due”, ha detto il primo ministro socialista Sorin Grindeanu in diretta. Al suo annuncio, le decine e decine di migliaia di dimostranti che da mezzogiorno ora italiana avevano marciato sul Parlamento, tanti giovani e famiglie con le carrozzine dei bebé, hanno esultato, e la protesta è diventata festa. Da giorni, in quella che i ‘millennials di Bucarest’ chiamano ‘la Primavera romena’, il paese reale era in piazza. Da quando la solida maggioranza di governo aveva deciso, senza dibattito parlamentare, di avviare per decreto una riforma del codice penale. Riforma che derubricava a reati civili quelli relativi a somme illecite sotto i 48mila euro.

“Ladri, vergogna”, hanno gridato subito i dimostranti, cui dal primo momento si è unito il capo dello Stato Klaus Iohannis, conservatore-moderato europeista vicino ad Angela Merkel e all’establishment italiano. Il governo assicurava di volere soprattutto svuotare le prigioni sovraffollate. Ma del decreto avrebbero beneficiato moltissimi politici indagati, condannati o sospettati di corruzione. Soprattutto esponenti del Partito socialdemocratico (Psd, erede del partito comunista come altrove all’Est di Ue e Nato). La gente non ha voluto accettarlo, e ha vinto.

La marcia indietro non ha placato le proteste, con centinaia di migliaia di persone che sono ancora in piazza e gridano slogan contro il governo. Alcuni vogliono le dimissioni dell’esecutivo. Fino all’ultimo, nel convulso sabato di protesta di ieri, ogni sbocco della crisi sembrava aperto. Dal compromesso allo scontro frontale. Decisivo è apparso l’intervento improvviso del leader del Psd, Liviu Dragnea. Leader carismatico, alla cui nomina a premier però il capo dello Stato aveva posto il veto, appunto a causa di inchieste. Dragnea in persona, vero uomo forte della maggioranza, ha detto: “Sono disposto a pensare a un ritiro del decreto, se il premier è d’accordo”. Affermazione con un ‘se’ puramente formale, dato che il primo ministro è un fedelissimo del leader carismatico del partito.

Per ore, non è stato chiaro se Dragnea volesse davvero “disinnescare la crisi”, come ha detto. O se contemplasse anche altri scenari: “Il capo dello Stato – aveva infatti aggiunto dopo l’esternazione sul probabile ritiro/revoca del decreto salva corrotti – è un provocatore, e se vogliamo noi del mio partito possiamo portare a Bucarest un milione di manifestanti”. Per un momento quella frase era suonata come sinistro ricordo di quando (poco dopo la caduta di Ceausescu a dicembre 1989, all’alba della democrazia) l’allora presidente postcomunista Ion Iliescu portò migliaia di minatori nella capitale a stroncare nel sangue le proteste studentesche per più libertà.

Per fortuna questa volta non è stato così. Il decreto salva corrotti è stato ritirato, la protesta della società civile urbana ha vinto. “Vogliamo un futuro e speriamo nel futuro, per questo siamo in piazza, vogliamo lavoro, sviluppo e integrazione nell’Europa e basta coi corrotti”, dicevano da giorni i dimostranti, soprattutto giovani, in piazza nel centro neoclassico della bella Bucarest. Hanno vinto, e con loro ha vinto il capo dello Stato Klaus Iohannis. Che era stato eletto a suffragio universale come ‘signor mani pulite’.

Con un’impetuosa crescita economica dovuta a dinamiche interne, agli aiuti Ue, ai forti investimenti francesi, italiani, tedeschi, di tutto l’Occidente, ma insieme con forti problemi sociali e una vasta emigrazione, la Romania vuole di tutto di più, e – con ancora alle spalle la lunga notte della tirannide di Gheorghiu-Dej e di Ceausescu che teorizzò e attuò il ‘genocidio di classe’ sterminando le élites borghesi – lo si può capire. I romeni che pure hanno nella Dna (Directia nationala anticoruptie, autorità di lotta alla corruzione) l’istituzione più popolare, hanno votato per il Psd per avere più giustizia sociale, ma dicono anche basta alla corruzione, e nell’impegno contro i corrotti rifiutano da ‘citoyens’, cittadini nel senso europeo del termine, ogni potere di decreto e ogni carta bianca alla maggioranza. Un buon segnale per l’Europa, nell’anno di tante dure sfide annunciate, dal confronto con Trump e Putin alle elezioni in Olanda, Francia, Germania, Svezia e altrove ove populisti potrebbero vincere o crescere.

“Svegliati, o romeno / dal sonno pari a morte / in cui ti ha gettato / la barbarie del tiranno”, dicono le prime strofe del canto divenuto inno nazionale dopo la caduta di Ceausescu. In serata in piazza a Bucarest lo cantavano in migliaia e migliaia, felici della vittoria.