Il dipartimento di Stato ha annullato la cancellazione dei visti per l’ingresso negli Usa, entrata in vigore dopo la firma del decreto da parte del presidente Donald Trump che limitava l’ingresso a cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana: “Abbiamo annullato la revoca provvisoria dei visti, imposta dal decreto presidenziale 13769. I titolari di visti che non sono stati fisicamente cancellati ora possono viaggiare se il visto è valido”, ha detto un portavoce del dipartimento di Stato in un comunicato.

Anche il dipartimento Usa per la Sicurezza Interna non imporrà alle compagnie aeree lo stop per passeggeri dotati di visto interessati dal bando disposto dal presidente. Così facendo anche il dipartimento in questione sospende di fatto l’applicazione del provvedimento voluto da Trump.

Alcune compagnie aeree hanno fatto sapere di aver applicato immediatamente la sospensione: Airfrance, Qatar Airways, Lufthansa e Swiss hanno reso noto di avere applicato subito le nuove direttive della giustizia americana ai passeggeri provenienti dai sette Paesi nel mirino di Trump (Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen). “Da questa mattina abbiamo applicato immediatamente la decisione presa dalla giustizia questa notte. Tutti i passeggeri che si presentano, se sono in regola e hanno documenti in regola per recarsi negli Stati Uniti, saranno imbarcati”, ha affermato un portavoce di Airfrance.

A determinare la svolta la decisione di un magistrato di Seattle, James Robart, che ha stabilito che la causa intentata da due Stati, prima quello di Washington, poi quello del Minnesota, ha fondamento. Il che significa che l’efficacia dell’ordine esecutivo di Trump viene sospesa in attesa dell’esito del procedimento, che secondo molti osservatori arriverà fino alla Corte suprema. L’applicazione delle restrizioni all’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana, stabilite dal bando, è quindi sospesa temporaneamente su base nazionale.

I legali del governo si sono opposti sostenendo l’illegittimità dell’istanza con cui si chiede l’annullamento del decreto firmato dal presidente il 27 gennaio scorso. La risposta del presidente Usa non si è fatta attendere e su Twitter, dove si è scagliato contro il giudice, il neopresidente ha scritto: “È interessante che alcuni Paesi del Medio Oriente siano d’accordo con il bando. Sanno che se a certe persone viene concesso di entrare è morte e distruzione!”. Poi attacca direttamente il giudice: “L’opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro Paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata”.

Prima del cinguettio, la Casa Bianca aveva fatto sapere con una nota diffusa sui social network che il dipartimento di Giustizia intende presentare “al più presto possibile” un ricorso urgente contro la decisione del giudice Robart, che inizialmente è stata definita “scandalosa”, aggettivo poi eliminato. E si è detta determinata alla difesa dell’ordine esecutivo “nella convinzione che sia legale e appropriato”.

“È un grande giorno per lo stato di diritto in questo Paese”, ha commentato Noah Purcell, vice procuratore generale dello Stato di Washington che nella causa è sostenuto da Amazon, Expedia e Microsoft. Soddisfatto anche il suo superiore Bob Ferguson: “Questa decisione annulla da subito il decreto”, ha affermato augurandosi che il governo federale rispetti la sentenza. E il governatore Jay Inslee ha parlato di una vittoria del suo Stato che dimostra come “nessuno, neppure il presidente, sia al di sopra della legge”.

Quella emessa dal giudice Robart, nominato da George W. Bush, è tecnicamente un’ingiunzione restrittiva valida su tutto il territorio nazionale. Queste le sue motivazioni: nessun attacco sul suolo statunitense è stato portato da persone provenienti dai sette Paesi citati nel decreto e affinché l’ordine esecutivo sia costituzionale deve essere “basato sui fatti, intesi come contrari della fiction”.

L’ordine esecutivo firmato da Trump il 27 gennaio scorso ha gettato nel caos gli aereoporti per tutto lo scorso fine settimana e ha scatenato un’ondata di proteste che ancora prosegue in moltissime città Usa. Contemporaneamente erano partite le azioni legali contro il provvedimento, che in questi giorni è stato impugnato da molti magistrati e associazioni, oltre che da alcuni Stati. Tra le iniziative delle ultime 24 ore, quella dello Stato delle Hawaii che ha chiesto di bloccarne l’applicazione su tutto il territorio statunitense in quanto incostituzionale.

Il decreto, motivato dall’amministrazione Trump con la necessità di impedire l’ingresso negli Usa di terroristi e di garantire la sicurezza nazionale, sospende per quattro mesi l’ingresso negli Stati Uniti di tutti i rifugiati e vieta a tempo indeterminato quello dei profughi siriani. Vari mezzi di informazione hanno riferito che in questi giorni sono state respinte 100 mila persone in possesso di visto provenienti da Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Successivamente il dipartimento di Stato ha reso noto che sono stati annullati meno di 60 mila visti.