La direzione del Partito democratico ha approvato l’ordine del giorno presentato dalla maggioranza per avviare subito, con un’assemblea che si svolgerà tra sabato e domenica, il congresso del partito. A favore hanno votato in 107, 12 i contrari e 5 gli astenuti. Il presidente Matteo Orfini, al termine della riunione, ha deciso di mettere ai voti solo il documento di maggioranza e considerare precluso quello presentato dalla minoranza, che aveva richieste opposte.

“Si chiude un ciclo alla guida del Pd”. Così Matteo Renzi ha parlato nella riunione convocata in via Alibert a Roma, lasciando capire che si dimetterà per anticipare il congresso del partito. Che si terrà con le “stesse regole dell’ultima volta”, ossia nel 2013, quando Gianni Cuperlo sfidò l’ex premier e l’assise si concluse in due mesi e mezzo. E nella replica, dopo una lunga serie di interventi, ha affermato: “Ho fiducia nella nostra gente. Penso che un punto vada messo: non io, non noi, ma l’assemblea che è sovrana…Va bene tutto ciò che serve per creare un clima per sentirsi a casa, ma quando si ha paura di confrontarsi con la propria gente con le modalità dell’ultimo congresso io credo che l’ennesimo passo indietro non sarebbe capito neanche dai nostri.Andiamo al congresso con il sorriso sulle labbra, così saremo un partito ancora più democratico, se altri vogliono farsi governare da un algoritmo è un problema loro”.

La direzione si è chiusa con la presentazione di due mozioni: da un lato un ordine del giorno firmato da esponenti di tutte le correnti di maggioranza (renziani, Areadem, giovani turchi, Sinistra è cambiamento) per invitare “il presidente dell’assemblea nazionale a convocare l’assemblea per l’avvio dell’iter congressuale auspicando la definizione di regole analoghe a quelle utilizzate per lo svolgimento del congresso del 2013”. A firmare l’odg Mirabelli (Areadem), Ermini e Marcucci (renziani), Paris (giovani turchi), Campana (area di Maurizio Martina). Dall’altro la mozione della minoranza che chiede di “sostenere il governo Gentiloni fino a scadenza naturale mandato”, la “convocazione di un congresso in tempi tali da garantire il coinvolgimento della nostra comunità con una discussione larga e approfondita”, e anteporre una conferenza programmatica “alla fase finale della scelta della leadership da svolgersi fra i mesi di ottobre e novembre 2017”.

“Dopo il 4 dicembre le lancette della politica sono tornate indietro, quasi ai tempi della Prima Repubblica: sono tornati i caminetti, ci si perde nei litigi e non si fanno proposte”, ha esordito Matteo Renzi (maglioncino alla Marchionne, alla sua destra il premier Paolo Gentiloni) dopo aver intonato l’inno nazionale assieme all’assemblea. Poi, rivolto alla minoranza interna, afferma: “Basta amici e compagni, diamoci una regolata tutti insieme. Non è possibile che tutto venga messo in discussione”. E invita i tg a toglierlo dai pastoni: “Liberatemi dallo spazio del pastone, permettetemi di girare tranquillo per il Paese. A chi in questo partito vuole giocarsi la carta della contendibilità della leadership dico porte aperte, ma il mondo fuori da qui ha Trump e Le Pen, in Italia si discute di caminetti e polizze vita. Bisogna cambiare passo. Dobbiamo uscire da una sorta di terapia di gruppo per cui noi ci parliamo addosso mentre l’Europa corre”.

A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: “L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum”. E poi aggiunge: “Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.

Dopo un’ampia panoramica sui principali fatti accaduti nel mondo (dalla Cina che apre al libero mercato agli Usa di Trump che si chiudono nel protezionismo fino alle regole dell’Europa da cambiare non da violare), Renzi arriva al punto e rivolto alle opposizioni dem chiarisce: “Si dice o fai il congresso prima delle elezioni o me ne vado. Mi sembra un ricatto morale e sono difficilmente incline a cedere ai ricatti. Fare il congresso come alternativa al renzismo? Troppo onore, il congresso si deve fare come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillismo”. E poi aggiunge: “Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza. Non possiamo più prendere in giro la nostra gente”.

Quindi, tornando sul congresso, conclude, senza annunciare apertamente le sue dimissioni, ma facendole sottintendere: “Facciamo il congresso, non sarò il custode dei caminetti. Usiamo le regole dell’ultima vota (quelle del congresso in cui si sfidò con Gianni Cuperlo) ma torniamo alla politica”. E riepiloga i suoi successi: “Ho preso un partito al 25% e l’ho portato al 40,8%. Ho dato una casa europea al Pd, inserendolo nel Pse. Ma ora si chiude il ciclo. E chi perde rispetta l’esito del voto. Io non dico andate, dico venite, confrontiamoci, vediamo chi ha più popolo”.

Per Renzi non c’è urgenza di andare al voto: “Il congresso del Pd non si fa per decidere quando si fa alle elezioni politiche: prima o poi si andrà a votare. Il congresso serve per essere pronti quando ci sarà il voto”. Contro l’ipotesi di elezioni anticipate si è schierato anche l’ex premier Romano Prodi: “Si voti al tempo dovuto, nel 2018, con collegi uninominali”.

Renzi conferma infine stima e lealtà al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a dispetto di quel gruppo di una quarantina di deputati renziani che ha firmato qualche giorno fa la mozione anti-tasse. E, trasgredendo la sua promessa di non usare più slide, il segretario dem mostra il grafico della curva del debito pubblico, che è sceso nei mille giorni del suo governo. Nel suo intervento Renzi ha disegnato la road map del Pd nei prossimi mesi, da condividere con una lettera inviata a tutti gli iscritti che contiene sinteticamente tutti i punti enumerati in direzione