Prosegue il mistero intorno alla morte del fratellastro del leader supremo della Corea del Nord. Kim Jong-nam è stato per cinque anni nel mirino di Kim Jong-un, poi lunedì scorso l’epilogo: l’uomo che avrebbe dovuto ascendere alla guida del regime di Pyongyang e che invece era finito ai margini, non c’è più. Resta ancora tutta da scrivere la storia di questa morte eccellente che si è conclusa con un sospetto avvelenamento al Terminal 2 dell’aeroporto malese di Kuala Lumpur. Perché, come sempre, le notizie che riguardano la Corea del Nord sono controverse.

L’esame medico-legale su Kim Jong-nam si è concluso nei tempi stabiliti, ma la polizia malese ha riferito che le cause del decesso non sono ancora state del tutto chiarite. Lo riferiscono i media locali secondo cui funzionari nordcoreani, contrari all’autopsia, avrebbero chiesto l’immediata consegna del corpo del fratellastro del leader Kim Jong-un, ottenendo un netto rifiuto da parte delle autorità malesi.

In un primo momento c’erano stati dei dubbi anche sull’identità della vittima identificata col nome di Kim Chol, ma quando è stato chiaro che si trattava di Jong-nam, si sono dissolti anche i dubbi su chi fosse il vero mandante. Il Nis, il servizio segreto sudcoreano le cui informazioni vanno sempre prese con le molle, ha puntato immediatamente e chiaramente il dito contro il dittatore nordcoreano. Ha anche rivelato, per bocca del suo capo Lee Byung-ho, in una riunione a porte chiuse i cui dettagli sono però trapelati, che il primo figlio di Kim Jong-il aveva da tempo chiesto aiuto.

Come riferiscono due parlamentari sudcoreani, nel dicembre 2011 Jong-nam scrisse al fratello per chiedergli di risparmiargli la vita. “Non abbiamo un posto dove andare, un posto in cui nasconderci. siamo consapevoli che l’unico modo per scappare è il suicidio”, scriveva nella lettera l’uomo, chiedendo di revocare l’ordine ‘permanente’ di ucciderlo che pendeva sulla sua testa. L’ex moglie e l’attuale moglie di Jong-nam e i tre figli vivono attualmente tra Pechino e Macao e sono “sotto protezione da parte delle autorità cinesi”, ha riferito un altro deputato sudcoreano aggiungendo che Jong-nam era arrivato in Malesia il 6 febbraio.

Due o più giovani donne – spie nordcoreane, secondo Seoul – avrebbero spruzzato uno spray tossico sull’uomo, il quale sarebbe stato anche soccorso, ma senza esito. Lo Straits Times, giornale di Singapore, ha pubblicato la foto di una delle presunte assassine: indossa una maglietta con la scritta Lol (“tante risate” nel gergo di internet). Dalla polizia malese, che sta indagando sull’uccisione, è arrivata la notizia che una donna è stata arrestata. Avrebbe un passaporto vietnamita, a nome Doan Thi Huong, 28 anni. Ma, quando si parla di queste vicende, i passaporti hanno un valore molto relativo.

Stamattina si era anche diffusa la notizia che due donne del gruppo sospettato dell’omicidio sono state trovate morte, uccise da un altro agente segreto.

Kim Jong-nam sarebbe stato diretto a Macao, il territorio cinese ex colonia portoghese e paradiso dei casinò e di tanti traffici ai quali sembra che il primo figlio di Kim Jong-il non fosse estraneo. La protezione di cui godeva in Cina, per quanto in Corea del Nord fosse caduto in disgrazia ormai da molti anni, è stata interpretata da diversi analisti come una forma di “pressione” sul riottoso fratellastro minore da parte di Pechino.

E’ noto che il presidente Xi Jinping detesta l’alleato così poco propenso ad accettare gli appelli alla prudenza della potenza vicina e principale finanziatrice del suo regime. I ripetuti test nucleari e balistici, l’ultimo dei quali solo domenica scorsa, sarebbero avvenuti nonostante la contrarietà cinese, che non a caso ha approvato l’inasprimento delle sanzioni nei confronti di Pyongyang in Consiglio di sicurezza Onu.

L’assassinio di Jong-nam, se verrà confermato e se verrà confermata la matrice, è il più importante di questo genere dopo l’esecuzione dello zio Jang Song-thaek, avvenuta nel 2013. Anche in quel caso gli osservatori di cose nordcoreane misero l’accento sui buoni rapporti che Jang intratteneva con Pechino. Comunque diversi segnali d’instabilità sono venuti recentemente dalla Corea del Nord. L’ultimo è il siluramento – anche questo tutto da confermare, visto che la fonte è il governo di Seoul – di Kim Won-hong, capo della sicurezza nordcoreana.
Il primo figlio di Kim Jong-il – amatissimo e poi fonte di delusione – era nato a maggio del 1971 dall’attrice Song Hye-rim, una donna già sposata e con un figlio. Quest’ultima circostanza potrebbe aver contribuito a inficiare, vista la rigida etica coreana in fatto di famiglia, le ambizioni di Jong-nam. Dopo un decennio passato all’estero, da bambino, tra l’Unione Sovietica e la Svizzera, tornò in Corea del Nord alla fine degli anni ’80 e fu inserito negli affari del regime, non solo occupando posizioni di partito, ma anche occupandosi della gestione dei traffici non proprio leciti che sarebbero parte della dotazione economica della dinastia. Cominciò così a vivere in giro per il mondo, tra casinò e hotel.

Intanto, però, il padre aveva avuto altre mogli e altri figli. Tra queste Ko Yong-hee, dalla quale nacque tra gli altri Kim Jong-un, il fratellastro che l’avebbe sopravanzato nella successione. L’episodio che sostanzialmente fece deragliare le ambizioni di Jong-nam fu il suo bizzarro arresto all’aeroporto di Tokyo-Narita assieme alla sua famiglia, tutti con passaporti dominicani. Si difese sostenendo di voler portare i bambini a Disneyland Tokyo. Fu poi, rapidamente, impacchettato e espulso su un Boeing 747, suscitando proteste nel Sol Levante. Dietro questo viaggio, secondo fonti giapponesi, ci sarebbero stati, più che desideri ludici, meno dicibili affari e traffici.

Dopo questo scivolone, su di lui calò una cappa di silenzio. Alla morte del padre nel dicembre 2011, gli successe il fratello minore. Jong-nam dichiarò di non avere ambizioni di potere, ma descrisse il fratellastro come uno non in grado di governare e cercò di accreditarsi come riformista. Il suo radicamento in Corea del Nord, tuttavia, appariva poco profondo. Di certo, la sua assenza – anche dalle cronache – lo rendevano uno sconosciuto, non certo una bandiera nella quale un’eventuale e apparentemente inesistente opposizione potesse riconoscersi.

Anche sulla sua morte, nei media di regime, non c’è al momento traccia. Tutti sembrano piuttosto concentrati sull’imminente celebrazione del compleanno del defunto caro leader Kim Jong-il, il 16 febbraio. La testa di Jong-nam, secondo l’ipotesi di alcuni osservatori, è il regalo che Jong-un potrebbe essersi fatto per il genetliaco paterno.