Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza (ansa)

Il punto di non ritorno è a un passo: a dieci anni dalla nascita, la scissione del Partito Democratico potrebbe essere sancita domani. La vigilia dell’assemblea convocata da Matteo Renzi per aprire il congresso, registra distante immutate tra maggioranza e minoranza e un’escalation nei toni. I tre candidati alla segreteria della minoranza, Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi, in una manifestazione unitaria con in platea Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, attaccano Renzi e tengono il punto sulle loro richieste: conferenza programmatica, congresso in autunno e garanzia di durata del governo Gentiloni fino al 2018. Ma il vicesegretario Lorenzo Guerini risponde a muso duro: «Gli ultimatum non sono ricevibili». E il presidente Matteo Orfini avverte: «Sarebbe la scissione a mettere a rischio il governo». Nel cuore del quartiere Testaccio di Roma, la sinistra Pd gremisce il teatro Vittoria, con alcune decine di persone fuori davanti a un maxischermo. Non c’è Gianni Cuperlo, che prova a mediare ed è il più restio a lasciare il partito. La kermesse, organizzata da Rossi (suo il nome «Rivoluzione socialista»), si apre sulle note di Bandiera rossa e sulle immagini di Guerre stellari, con Yoda a simboleggiare «la forza intorno a te». In platea compare una bandiera comunista. Ma non è un’adunata di reduci, assicurano.

A Renzi chiedono un congresso «vero» in autunno o domani, dopo aver presentato un ordine del giorno unitario in direzione, non potranno che dichiarare la scissione. In prima fila ci sono i due ex segretari Bersani e Guglielmo Epifani. Una eventuale rottura? «Non è colpa mia», allarga le braccia D’Alema, che domani non sarà all’assemblea. Ora sta a Renzi fare un passo verso la minoranza, è la tesi: o sarà lui a rompere. «Bisogna essere fedeli agli ideali della gioventù. Quando non sai cosa fare, fai quel che devi», scandisce Bersani citando Berlinguer, a sottolineare la gravità del momento.

«La scissione è evitabile», dichiara Emiliano. E rivela: in una telefonata venerdì il segretario gli ha garantito che sosterrà Gentiloni fino a fine legislatura. Ma Bersani dice che non basta: deve essere Renzi a dichiararlo. L’altro punto su cui la minoranza non recede è un congresso in autunno: «Stamattina mi ha chiamato Renzi e gli ho chiesto: non vedi la scissione che c’è già nel nostro mondo? Se il congresso è solo rivincita o plebiscito», sarà normale «un nuovo inizio», dice Speranza. E Rossi avverte: «Se Renzi come Macron in Francia vuole fare un partito né di destra né di sinistra neo-reaganiano e alleato con Alfano, FI e Verdini, la scissione è nei fatti». Emiliano, nella veste di mattatorr, chiama l’applauso più forte della platea per Bersani, quando ricorda che si dimise per salvare il Pd. «Ho votato Renzi al congresso, scusatemi», esordisce il governatore. Descrive il segretario come un «prepotente e arrogante» e poi la butta lì: se prima del congresso ci fosse un’assise programmatica poi magari Renzi non sarebbe candidato alla segreteria, ci sarebbe un nome unitario.

Rossi invoca una «svolta» del Pd perché diventi un «partito partigiano che sta con i lavoratori». Ed Emiliano scandisce: «Non costringete questa comunità a uscire dal Pd: non avremo paura. Ci ritroverà a guardarlo negli occhi: non costruiremo un soggetto avversario del Pd ma ricostruiremo questa comunità». Renzi replicherà domani, con l’intervento in assemblea. Ma i toni e i contenuti dei discorsi della minoranza fanno insorgere i suoi. Ernesto Carbone punzecchia i «121 del teatro Vittoria» (riferimento a D’Alema e alla Banca 121) e dice che neanche a Pontida o tra i Cinque stelle si sente «tanto odio» verso Renzi. «Alla mano tesa del segretario solo insulti e intolleranza», dice David Ermini. E Guerini invita a tener fuori il governo. Dario Franceschini lancia un ultimo appello: «Il Pd non è proprietà di capi in lite, i margini di trattativa ci sono. Fermiamoci. O la scissione sarà colpa di tutti». Orfini propone come mediazione «una profonda discussione programmatica nelle federazioni» prima del congresso da tenere in primavera. Alla minoranza non basta. «Alcuni hanno già deciso di uscire, è stucchevole il gioco del cerino», attacca Orfini. Ma la sinistra replica: «Se si rompe la responsabilità è di Renzi».