Non riusciranno a salvare l’Europa, ma almeno i Lord britannici provano a salvare gli europei. Non tutti: i 3 milioni che vivono nel Regno Unito. La camera alta del parlamento di Westminster vota 358 a 256 per concedere a tutti loro (compresi circa mezzo milione di italiani) il diritto incondizionato di rimanere a tempo indeterminato in questo paese anche dopo la Brexit. Anche il governo di Theresa May fa la stessa promessa, ma è appunto solo una promessa, condizionata alla concessione di un diritto analogo a oltre 1 milione di cittadini britannici residenti negli altri paesi dell’Unione Europea. In pratica, per Downing Street è un diritto da reciproco da regolare nel corso del negoziato di ‘divorzio’ fra Londra e Bruxelles che dovrebbe cominciare questo mese e durare due anni. Si sa tuttavia come vanno i divorzi: è facile bisticciare e quello tra Gran Bretagna e Ue si annuncia litigiosissimo. “Sarebbe disumano trattare gli europei che vivono tra noi, che lavorano nei nostri ospedali e nelle nostre scuole, come merce di scambio sul tavolo delle trattative”, dice la baronessa Hayter, una dei lord che hanno votato a favore del provvedimento.

È uno sgambetto alla Brexit, il primo tirato dal Parlamento. Potrebbe essere soltanto uno sgambetto simbolico, perché ora la decisione torna alla camera dei Comuni, che nei giorni scorsi aveva approvato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il ‘grilletto’ della secessione britannica dalla Ue, senza alcun emendamento. Se i Comuni ci ripensano e voteranno come i Lord sulla questione dei residenti europei, per la premier May sarebbe una seria sconfitta. Altrimenti comincerà un ‘ping pong’, qui lo chiamano proprio così, fra le due Camere, in cui i Comuni in teoria dovrebbero avere l’ultima parola, perché la Camera bassa è eletta dal popolo, quella alta è composta di membri nominati dalla regina su indicazione del primo ministro di turno.

Come che sia, è la prima volta, dal voto nel referendum popolare del giugno scorso, che la Brexit subisce una battuta d’arresto. Ed è paradossale che infliggergliela siano i Lord, visti nell’immaginario popolare come una creatura della democrazia ‘made in Britain’ antiquata fin dal nome, obsoleta e neanche democratica. In realtà, le cose non sono esattamente così. Un tempo, per secoli, i seggi alla Camera dei Lord andavano soltanto ai ‘pari del regno’, ovvero all’aristocrazia, ed erano ereditari, passati di padre  in figlio (primogenito). Poi però il governo laburista di Tony Blair, tanto odiato oggi, ma che qualcosa di buono ha fatto, l’ha riformata: i seggi ereditari sono adesso meno del 10 per cento, gli altri sono tutti ‘di nomina governativa’. E questo ha fatto sì che la Camera dei Lord sia diventata nel giro di vent’anni una sorta di ‘camera dei saggi’, i cui membri sono l’equivalente di senatori a vita, quasi tutti con grandi benemerenze: scienziati, docenti universitari, ex-leader politici di primo piano, grandi avvocati, grandi esperti in tutti i campi del sapere umano. Non prendono nemmeno uno stipendio per questo onore, bensì 300 sterline per ogni seduta a cui partecipano. E l’ermellino rosso lo mettono in realtà sulle spalle soltanto una volta all’anno, quando la regina viene a fare il suo discorso appunto annuale in Parlamento.

Se gli europei di Londra, alquanto depressi dalla Brexit, preoccupati di venire deportati (a qualcuno è successo), irritati dal rifiuto della carta di residenza permanente (è successo anche questo, di recente a un francese sposato con una scozzese e residente qui da 25 anni), amareggiati dal non potersi più sentire a casa propria in quella che era fino a meno di un anno fa la più grande capitale multietnica d’Europa, se questi 3 milioni di persone devono ora ringraziare qualcuno, sono gli anziani lord, i baroni e le baronesse (di nomina, non di lignaggio, va ricordato: non hanno terre e castelli). Vedremo come andrà a finire, ma intanto, almeno per una sera, il fronte anti-Brexit celebra una vittoria.