Carmelo Pistillo, come si intitola il suo libro?
“PerchĂŠ tu mi dici: poeta?” (Per un teatro di poesia), questo il titolo per intero.

Quanto tempo ci ha impiegato per scriverlo?
Un anno. Ma non l’ho scritto da solo. Il libro nasce da un’esperienza di teatro di poesia fatta con il grande Antonio Porta negli anni Ottanta. Nel volume quell’esperienza viene restituita attraverso il contributo anche del giovane poeta Fabio Jermini.

Dove verrĂ  presentato?
Il libro è stato già presentato in diverse occasioni e festival. Questa sera, 26 aprile, sarò alla Biblioteca Crescenzago di Milano in Via Don Orione, 19. L’appuntamento è alle ore 21.00.

Da chi è edito? Quante pagine sono?
L’editore è La Vita Felice, le pagine 360.

Cosa le piace fare nella vita?
Innamorarmi della bellezza.

Si racconti in cinque righe.
Mi chiede un’impresa! Parlare di sé è come parlare di uno sconosciuto. Non ci si conosce mai abbastanza. Se mi guardo allo specchio, cosa rarissima, mi vengono le vertigini e mi sento prigioniero di uno straniamento. Le sensazioni che provo non sono traducibili con le parole. Per cui, in realtà, mi bastano poche righe per descrivermi: sono uno straniero con un nome scelto da altri.

Racconti il libro in cinque righe.
È un libro che raccoglie due drammaturgie poetiche “Penultimi sogni di secolo” sulla poesia italiana del Novecento e “Oratorio Notturno” sulla poesia romantica europea dell’Ottocento. Di fatto si tratta di due grandi utopie di due poeti – Porta e Pistillo – che negli anni Ottanta sognavano di poter rappresentare la poesia in teatro. Il volume, oltre ai testi dei grandi poeti del passato, raccoglie ricordi, testimonianze, appunti e annotazioni critiche, note e commenti, sogni e speranze, analisi e chiose letterarie, lettere dedicatorie e illuminanti citazioni.

Cosa racconta al suo pubblico?
Come nasce la poesia, come nasce un libro. E, non ultimo, perchĂŠ si vive.

Cosa le chiedono i suoi fan?
Non ho fan.

Cosa ama?
L’intelligenza e la capacità dell’essere umano di regalare grandi visioni.

Cosa odia?
I luoghi comuni, i pregiudizi, e il settarismo ideologico e religioso. In una parola l’ignoranza, che, come diceva Goethe, è sempre attiva.

È stato mai tradotto?
Solo in turco.

Cosa le piace fare per rilassarsi?
Guardare in televisione il teatrino politico, l’ultimo vero spettacolo rimasto.

Cosa le piace fare appena sveglio?
Alzarmi e dare un senso alla giornata.

E prima di andare a dormire?
Pronunciare una parola magica, finalmente.

Cosa racconta a chi le chiede L’autografo?
Gli chiedo perchĂŠ me lo chiede.

Cosa le piace fare genericamente parlando?
L’amore.

I suoi hobby?
Non ho mai avuto alcun hobby. Anzi li detesto.

Libro preferito?
I frammenti di Kafka.

Letteratura preferita?
Tutta quella che spalanca le finestre su nuovi orizzonti: la scientificità poetica di Dante, l’ironia di Manzoni, i labirinti mentali di Manganelli, l’eterno ritorno nella struttura narrativa circolare in quasi tutti i romanzi di Bernhard, alcuni romanzi di Saramago, l’incompiutezza prodigiosa di Kafka, la monotonia prosastica di Pavese, la profondità di Dostoevskij eccetera.

Il suo grande amore?
Mia figlia.

Il suo peccato?
Il cioccolato, dovrei evitarlo.

Musica preferita?
Mahler, Bach e l’opera lirica.

Ultima domanda, prossimi progetti?
Il prossimo progetto è far vivere il mio romanzo, UN UOMO A PIEDI, pubblicato proprio in questi giorni dalla Bietti, la più antica casa editrice milanese nata nel 1870. Lo presenterò un po’ ovunque.