Martha e George sono una coppia di mezza etΓ  che ha invitato a casa Honey e Nick, due giovani sposi che hanno appena conosciuto. In un vorticoso crescendo di dialoghi serrati, con la complicitΓ  della notte e dell’alcool, il quartetto si addentra in una sorta di gioco della veritΓ  che svela le reciproche fragilitΓ  individuali e di coppia. Il risultato della serata Γ¨ un gioco al massacro, una sfida collettiva alla distruzione di sΓ© e degli altri, che rende ogni personaggio, allo stesso tempo, vittima e carnefice.
Il testo Chi ha paura di Virginia Woolf? credo sia una potente macchina attoriale, cioè penso che esista fortemente in funzione del teatro. Come certa drammaturgia contemporanea, penso a Spregelburd per esempio, non è tanto nella sua lettura che si coglie la vera qualità della scrittura, ma nella incarnazione umorale e psicologica che avviene, quando si incomincia a lavorare con gli attori. Un teatro che usa un linguaggio naturalistico, ma che non si preclude una possibilità più astratta, anzi direi che la sottende. Già il basso continuo dato dallo stato di alterazione alcolica presuppone una forma di recitazione sporca. Come anche invita verso una estremizzazione la valenza fortemente simbolica dei quattro personaggi, con la coppia più giovane specchio e parodia di quella più anziana, accomunate da un problema di genitorialità. Un testo bulimico ed estremo, sismico, che mi ha fatto pensare ad una scena smossa essa stessa, sconnessa, che ti scivola sotto i piedi. Una scena che va in pezzi, si spezza, crolla, come il nostro Occidente incapace di uscire da se stesso e vedere il mondo. Il tutto a ritmo di batteria, colpi su colpi.
Il testo di Albee Γ¨ una spietata riflessione sulla nostra cultura, sul nostro egocentrismo, sul nostro cinismo, e sull’amore. Come in un gioco al massacro, come in un interrogatorio o in una tortura, siamo in un stanza, un salotto, in una notte di sabato, dove pian piano si dΓ  inizio ad un sacrificio, un esorcismo. Giocando e recitando ci si trova davanti alla propria distruzione, allo stato di noia che nasce dopo la perversione, a quel non sapere piΓΉ cosa fare dopo aver fatto fuori tutto. Nel distruggere l’altro si distrugge se stessi, e poi ci si trova soli con l’altro, due solitudini a confronto, senza piΓΉ difese, senza piΓΉ riti che ci proteggono, senza piΓΉ teorie analitiche che ci consolano; soli e spaventati da tutto quello che la nostra mente non ci voleva far vedere. Soli davanti alle proprie paure, come un bambino nel bosco, o di notte con i propri incubi. E poi, forse, quando sta per nascere l’alba, immaginare di potersi prendere cura di sΓ©, e dell’altro, con dolcezza e morbidezza.
Arturo Cirillo