Claudio Damiani, come si intitola il suo libro?

Cieli celesti, è un libro di poesia, il mio ultimo.

Da chi è edito?

Fazi.

Cosa le piace della letteratura?

La sua possibilità di dire praticamente tutto. Di aprirci alla complessità del mondo. Di farci vedere il suo miracolo, la bellezza contenuta in esso. E di metterci, anche, in un percorso.

Cosa ama del mondo?

La sua ricchezza e la sua rotondità. Il suo essere tutto l’essere. Il suo essere senza fondo, inesauribile. Il suo continuo spiazzare, perché il mondo è anche tempo, anzi è soprattutto tempo.

Cosa le piace della vita?

Mi piace la natura, l’arte, l’amore, ma mi agghiaccia anche la nostra mortalità e il mistero in cui siamo avvolti. L’abisso su cui camminiamo mi angoscia e esalta al tempo stesso, a volte solo mi angoscia.

Cosa ama della natura?

L’incredibile complessità, che si risolve in unità e semplicità meravigliosa, che è la bellezza. Il mistero che è in lei. Starne lontani vuol dire diminuire gradualmente, fino a morire. Penso che nel novecento ci siamo allontanati dalla natura, ma adesso stiamo ritornando a lei. Anche perché siamo costretti.

Cosa ama delle cose belle?

La semplicità che è frutto di una complessità infinita, non calcolabile da nessuna macchina. Il fatto che appaiano all’improvviso, inaspettate. E che, apparendo, ci rechino un messaggio di speranza, di salvezza. Il bello come dice Kant sta nella natura e nell’arte. Per questo natura e arte sono molto importanti per noi.

Ci racconti il suo libro in quattro righe.

Cieli celesti è un viaggio nell’universo che vediamo oggi, non più freddo e meccanico, ma caldo e vivo, dove scopriamo pianeti simili al nostro molto probabilmente abitati dalla vita, una vita molto simile, forse uguale alla nostra. Il libro racconta questo stupore, quello verso una comunità immensa, dove però ognuno, pur piccolissimo, è come un anello della catena, mancando il quale tutto rovinerebbe.

Ci parli di letteratura, da dove iniziare?

Comincerei da Petrarca, per poi passare agli elegiaci latini, e da lì, attraverso Orazio (e Pascoli), ai grandi poeti cinesi della dinastia T’Ang.

Cosa amare di un tramonto?

È qualcosa, anche, di banalizzato. Quelli del tramonto non sono altro che solo alcuni dei tanti colori del cielo, tutti meravigliosi. È il cielo che mi stupisce, non il tramonto. E in Cieli celesti mi sembra di dirlo abbastanza.

E di una sera?

Lo dirò con una mia poesia:
C’è la sera intorno ai tuoi capelli,
è venuta in silenzio, a passetti piccoli,
e non ce ne eravamo accorti.
E anche tu, sei venuta che non ti vedevo
e poi mi hai circondato.

E cosa amare di una mattina?

La luce bianca e l’aria frizzante, la spinta la speranza il coraggio che ti mette.

Che letteratura preferisce?

I classici, occidentali e orientali, preferibilmente antichi.

La sua musica preferita.

Vater Bach, ma anche Brahms e Monteverdi, Mahler e Scriabin.

Il suo cd preferito.

Il clavicembalo ben temperato di Glenn Gould.

La sua arte preferita.

L’architettura

Il suo quadro preferito.

Sono troppi. Amor sacro e amor profano di Tiziano, ma adesso che ci penso anche Venere che benda amore.

Cosa assaporare in un bar?
Un campari soda?

Il suo caffè preferito.

Quello che capita, bevuto con amici. Un pretesto per incontrarsi e parlare.

Racconti la sua biografia in quattro righe.

Ho vissuto l’infanzia in un villaggio minerario della Puglia del nord, poi abbandonato, in una natura arcaica e selvaggia. Ho vissuto quasi sempre a Roma, prima odiata poi amata, ma tenendomi da un po’ di anni a debita distanza (40 Km). Ho insegnato nella scuola. Ho tre figli. Ho fondato con altri amici scrittori negli anni ’80 la rivista “Braci”. Ho amato – dedicandomi a lei anima e corpo -la mia lingua, che ho sentito abbandonata, come la mia casa natale.

Racconti il suo carattere il quattro righe.

Ansioso, pauroso (di certe cose, di altre no, non so perché), ipersensibile, metereopatico e suscettibile. Irascibile. Sempre in cerca di pace. Bisognoso di solitudine, ma in cerca di una comunità. Sognatore di comunità. Scrivere è una delle cose che mi fa più bene, oltre al contatto con la natura, con i figli. Vorace nello studio, nel cercare di capire, sempre in cerca di sintesi veloci, a volte impossibili.

Cosa correggere del suo carattere?

Sarebbe meglio avere meno ansia e meno angosce, meno dubbi e più certezze. Vorrei sapere la verità, oppure avere un carattere che non la cercasse troppo, che avesse più fiducia, anzi fede. Vorrei che qualcuno mi insegnasse una fede.

Cosa tenere?
Il mio desiderio di capire, di cercare, il mio sentire anche dietro le cose, il mio dialogo con le cose, con ciò che non parla, con ciò che sta dietro..

Ultima domanda, i suoi prossimi progetti.

Ho una raccolta poetica nuova che pubblicherò fra un po’, vorrei leggere un po’ di filosofia teoretica avendo letto finora più che altro filosofia morale, “scienze pratiche” le chiamerebbe Aristotele.