TEATRO VASCELLO

Stagione 2018-2019

Teatro – Danza – Musica

e Vascello dei piccoli

12-13-14 settembre 2018 h 21 (danza)  

Associazione Spellbound in collaborazione con Fabbrica C

COLLAPSE

direzione e coreografia Francesco Sgrò

creazione e interpretazione Pino Basile, Luca Carbone, Leonardo Cristiani, Enrico Segedoni, Francesco Sgrò

musiche originali Pino Basile

disegno luci Raffaele Biasco, Luca Carbone

sguardo esterno Giulio Lanzafame, Riccardo Massidda, Piergiorgio Milano

con il Contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo con il sostegno di Spazio Dilà Magazzini Creativi Torino, Associazione Jaqulè, Associazione fuma che n’duma

Collapse è una ricerca sulla condivisione.

1 tecnico, 1 musicista, 3 giocolieri.

Ogni persona ed ogni oggetto sono la sintesi di una relazione, Collapse se ne serve per mostrarci la loro complessità.

Il movimento e la giocoleria attraversano lo spettacolo mostrandoci un mondo in movimento che si costruisce all’improvviso e scompare un secondo dopo.
Niente è stabile in Collapse, per questo lo spettacolo si appoggia sul disequilibrio di persone e cose per costruire la propria esistenza. Ed è cosi che il collasso fisico e strutturale diventa un punto di partenza, non qualcosa di cui avere paura ma semplicemente un punto nello spazio e nel tempo da cui ripartire.

Francesco Sgrò

Acrobata, giocoliere e performer diplomato alla scuola di Circo contemporaneo Flic studia chitarra classica al Conservatorio di Torino, approfondisce la sua formazione artistica studiando teatro e danza, con l’idea di cercare attraverso la conoscenza delle discipline dello spettacolo un’ampia versatilità artistica.

Per quanto riguarda il Circo si dedica in particolare alla giocoleria, alle discipline aeree, all’ acrobatica al suolo e verticalismo, lavorando con artisti di fama mondiale.

Per la danza studia soprattutto con i membri della compagnia Enclave Dance Company tra Tortosa e Bruxelles, scoprendo ed analizzando il flying low, uno stile di danza contemporanea che si adatta perfettamente all’acrobazia circense. 

È stato artista alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Torino2006 e a numerosi Gran Galà di Giocoleria in Italia e all’estero. Nel 2007 vince il Festival Europeo della Scienza con il progetto Circoscienza. Con il Collettivo 320chili di cui è fondatore ha vinto il Premio Equilibrio – Auditorium Parco della Musica 2010 a Roma

17-18 settembre 2018 h 21  (danza)  

Produzione Twain Centro di Produzione Danza Regionale

LITTLE SOMETHING

regia e coreografia Loredana Parrella

interpreti Yoris Petrillo, Elisa Melis, Luca Zanni, Maeva Curco Llovera, Enea Tomei

testi rielaborati da Beatrice Balla

musiche originali Current  costumi Andrea Grassi voce recitante Enea Tomei

Spettacolo Vincitore i Teatri del Sacro 2017

Il testo di François Garagnon, in una lingua metaforica e personale, racconta il viaggio della costruzione di sé, contrapponendo la filosofia dell’essere alla filosofia dell’avere: l’obiettivo dell’esistenza è divenire, essere un Grande Amore Senza Fine, anche se in partenza siamo una piccola cosa, un Little something appunto.

Nel raccontare questo viaggio da piccolo a grande, Garagnon inventa una serie di personaggi tanto allegorici quanto vividi: L’Avventuriero del Banco di tutto il Possibile,

Il Riparatore del Tempo Perso, il Giardiniere dAmore, la Sorgente Pura, il Soffio dInvisibile che non solo restituiscono immagini che si aprono a interpretazioni spirituali della vita al di là dei confini della singola religione, divenendo figure universali.

Il testo è un flusso ritmico e armonico che articola un percorso individuale dal desiderio di bellezza alla realizzazione piena dell’esistenza.

La costruzione scenica si articola in una ricerca interdisciplinare tra teatro e danza traducendo i temi del testo in espressività coreografica e in una lingua poetica composta di parole e immagini capace di dialogare con l’intimità degli spettatori.

La natura profonda del racconto ha suscitato il mio interesse artistico sia per la corrispondenza al mio linguaggio scenico, dedito alla costruzione di un contatto empatico con gli spettatori e ad una trasversalità estetica che consente diversi livelli di lettura, sia per l’intento di dare vita ad uno spettacolo libero da mode e tendenze del contemporaneo che possa comunicare agli spettatori la luminosità dell’esistenza attraverso la creazione artistica. Loredana Parrella

21-22-23 settembre 2018  venerdì e sabato h 21 – domenica h 18   (danza)

DaCru Dance Company

theKITCHENtheory

concept e regia Marisa Ragazzo

coreografie Marisa Ragazzo e Omid Ighanì

danzatori Omid Ighanì, Samar Khorwash, Alessandro Marconcini, Serena Stefani, Claudia Taloni, Tiziano Vecchi

ricerca musicale Omid Ighanì, Marisa Ragazzo e Samar Khorwash

disegno luci Giuseppe Filipponio

organizzazione Alessandra Pagni

con il sostegno di Centro Danza Canal/Teatros del Canal Madrid e Compagnia Naturalis Labor  in collaborazione con Istituto Italiano di Cultura di Madrid

DaCru Dance Company mette in scena l’ultimo progetto “theKITCHENtheory”, una produzione dinamica e fortemente evocativa della nuova danza urbana: una commistione di generi e di stili, di sperimentazione e di contaminazione.

theKITCHENtheory.

Il primo luogo da raggiungere al mattino e l’ultimo da visitare prima di andare a dormire.

Una zona di transito vivace o solitaria ma sempre e comunque piena di odori, ricordi, sensazioni, attese e infiniti stati sospesi. Dura tutta la vita questa relazione densa e profumata fatta di rumori fluidi e familiari, di spazi imparati a memoria e su ogni cosa, potenti come sovrane, regnano le parole.

La stanza delle parole: escono dalla bocca come dervisci rotanti, capaci di schivare, sfiorando dolcemente o conficcarsi come lame. Restano lì sospese per anni, quasi diventano un’eredità, aleggiano in ogni pertugio e sovente sono le memorie delle famiglie. La cucina è l’area prescelta per affondare i denti e i sensi in preziosi nutrimenti ma soprattutto è lo spazio dove si parla.  Parole. Parole.

Un fiume in piena, ognuna diversa dall’altra, lunghe ed elastiche come alghe o rigide e appuntite, si impossessano della bocca per urlare l’incomprensione o la denuncia della solitudine o parlare dell’amore. Numerose come chicchi di riso, necessarie tutte per dire in mille modi la stessa cosa e troppo poche per riuscirci.

Al linguaggio tecnico dei danzatori, pulito ed estremamente virtuoso, si affianca una forza interpretativa e scenica, umana, comunicativa ed emozionante.

È un racconto teatrale. Le danze urbane difficilmente, per loro stessa natura, trovano una collocazione immediata sul palcoscenico: quest’opera, così come tutte le produzioni della compagnia, tende a sottolineare e a dimostrare quanto, oggi, il suo linguaggio sia in costante evoluzione fino al punto da diventare comprensibile, fruibile, drammaturgica, emozionante e onirica, e di fatto fortemente legata al teatro.

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17-18 ottobre 2018  19-20 novembre 2018 (teatro)

Festival Francese Gouttes de Théâtre // Gocce di teatro

Perché il Festival?

«Il nostro ruolo è di fare scoprire al pubblico italiano la lingua e la cultura francesi tramite il teatro nella sua diversità. In modo da trasmettere attraverso la più bella delle Arti:

l’Amore e la Passione» Hélène Sandoval, Fondatrice e Direttrice

Fare vivere il teatro francese

• Sostenere la creazione contemporanea francese ed internazionale

• Espandere la cultura e la lingua francese

• Consentire l’accesso alla creazione contemporanea a quante più persone possibile

L’obiettivo del Festival Gouttes de Théâtre // Gocce di Teatro è di far scoprire al pubblico italiano la lingua ela cultura francesi tramite il teatro nella sua diversità. Il teatro classico, l’opera, spettacoli ispirati dalla letteratura e poesia francesi ma anche teatro contemporaneo saranno rappresentati in questo festival.

L’idea è di portare sulla scena italiana truppe francesi che sono attualmente in scena in Francia e dunque, portare un pezzo della cultura francese in Italia. Scegliendo spettacoli che abbiano un legame con l’Italia, un ponte tra  due paesi; tra due culture. Tuttavia, invece di concentrare gli spettacoli in un breve periodo come per i festival classici, ci è sembrato più interessante distribuire nella stagione teatrale romana 2018-2019 con le nostre piccole gocce di teatro francese. Gli spettacoli in lingua francese saranno sottotitolati in italiano. Hélène Sandoval

17 ottobre 2018 h.21

Festival Francese Gouttes de Théâtre // Gocce di teatro

Compagnia Tout Pour être Heureux

LA FELICITÀ È LÌ, A PORTATA DI MANO;

LA COPPIA, LA VITA IN DUE: DESIDERIO, TRADIMENTO, REDENZIONE, FAMIGLIA, LAVORO, VITA, LA REALTÀ!

messa in scena Isabelle Courger

attori Christian Poissonneau Isabelle Courger Hélène Sandoval

È dolce, è tenera, a volte è divertente e crudele. I personaggi in libertà ci portano con loro nelle tribolazioni di un destino ricco di colpi di scena.

La ricetta della felicità, una terapia non convenzionale in cui anche il pubblico ha voce in capitolo. Abbiamo la scelta, anche per ridere!

18 ottobre 2018 h.21

Festival Francese Gouttes de Théâtre // Gocce di teatro

Compagnia Tout Pour être Heureux

UN EMPLOI NOMMÉ DÉSIR

di Christian Poissonneau

messa in scena Isabelle Courger

attori Christian Poissonneau Isabelle Courger

Questo brano scritto da Christian Poissonneau su un’idea originale di Solidarités Nouvelles contro la disoccupazione, le realtà affrontate dalle persone in cerca di lavoro: pregiudizi, isolamento sociale …è stato messo in scena con umorismo.

Questa è la storia di Marie, una giovane «sulla cinquantina», che è stata licenziata durante la notte, non avrebbe mai immaginato di essere disoccupata. Gli spettatori sono immersi nella vita quotidiana di questa donna che mette tutta la sua energia nella sua ricerca di un lavoro.

19 e 20 novembre 2018 h. 21

Festival Francese Gouttes de Théâtre // Gocce di teatro

Theatre du Cronope

LES FOURBERIES DE SCAPIN

di Molière

messa in scena Guy Simon

costumi Charlotte Margnoux, Laura Martineau, Anaïs Harquevaux Coralie Pastoret, Oriane Sanchez, Mégane Bernard

maschere e trucco Martine Baudry

luce e musica Pascal Fodor

scenografia Jacques Brossier, Anaïs Harquevaux, Jérôme Simon

attori Martine Baudry, Loïc Beauché, Fanny Prospéro, Anaïs Richetta, Guy Simon et Jérôme Simon

Una delle scommesse per affrontare le Fourberies di Scapin è riscoprire tutta la modernità del testo di Molière. Lo scopo di Guy Simon è di trovare la dimensione onnipresente, il personaggio corrosivo Scapin e farlo vivere in tutta la sua frizzante energia.

Sul palco, un tornado delirante in cui attori e acrobati si incrociano, intersecano, intrecciano e tessono lo spazio per il capriccio di uno Scapin che si divide. Scapin è al centro. Le sue parole e il suo corpo sono architettura. Così ho scelto il doppio scheletro di un acrobata Scapin, un clown superbo e grottesco, sia stravagante che elusivo per irradiare e illuminare il testo con la sua presenza circolare e le sue acute risposte.

L’ironia pungente e il verde del linguaggio di Molière permettono di concentrarsi sulla dinamica dei corpi sul palco, di far ballare le parole e brillare l’anima umana.

9 ottobre 2018 h. 21 (musica)

Calendario Civile Circolo Gianni Bosio

ROMA FORESTIERA  NAUFRAGIO DI LAMPEDUSA 3 ottobre 2013

con Hedvi Dilara, voce, Kurdistan  Madya Diebate, kora, Senegal  Sushmita Sultana, voce e harmonium, Bangla Desh  Abderraazak Thelmi, voce, gibril, Marocco  Roxana Ene e Franco Petropaoli, voce e chitarra, Romania-Italia  Coro multietnico Romolo Balzani

Una famosa canzone romana del dopoguerra “Roma Forestiera” lamentava che nella città di Roma, diventata “forestiera”, non si sentiva più musica nelle strade e nei quartieri. Oggi è proprio la “Roma Forestiera” degli immigrati, dei rifugiati, delle “seconde generazioni” che riporta la musica nelle strade di Roma. Sempre più la musica popolare di Roma è somala, romena, curda, nigeriana, filippina, senegalese, marocchina… Una serata di testimonianze e di musiche migranti – la vera nuova musica popolare di Roma – nei giorni che, con il naufragio di Lampedusa, ricordano il prezzo drammatico della chiusura dei confini, e che, con l’anniversario dell’invasione italiana dell’Etiopia, ricordano la violenza coloniale da cui tutto è cominciato.

10-11 ottobre 2018 h.21 (teatro)

Compagnia del Loto di Teatrimolisani

MOBY DICK, LA BESTIA DENTRO

tratto da Melville

testo e regia Davide Sacco

con Stefano Sabelli, Giammarco Saurino
musiche dal vivo Giuseppe Spedino Moffa

costumi Martina Eschini

disegno luci Daniele Passeri

“Chiamatemi Achab. Chiamatemi Ismaele. Chiamatemi Nessuno!”

Si apre e si chiude navigando i mari dell’anima e dell’inconscio questa riscrittura dell’opera di Melville di Davide Sacco. Come pure, i grandi monologhi di Shakespeare, di Moliere, i saggi di Artaud ripercorsi da Achab, che ne compongono le onde. In un mare che si fa oceano infinito, Achab si trasforma nei protagonisti della storia del Teatro e della Letteratura, solcando i flutti della conoscenza, sfidando tutto e tutti per sete di sapere ed esperienza. Figlio naturale della cultura occidentale, Achab, nella balena bianca, vede i limiti dell’uomo e si getta in un iperbolico inseguimento, con l’unica fiocina per lui possibile: “l’ostinazione” alla Ragione, al Sapere, all’Arte: “L’uomo non è mai padrone del suo destino se non insegue un sogno e se non ha l’ostinazione per realizzarlo, quel sogno!” Ad accompagnarlo per questi mari, Ismaele, giovane, forte, bello, ancora inesperto forse ma non ingenuo e piuttosto, in tutto, simile ad Achab – Re del dolore – nella tenacia e nellasfrontatezza di sfidare Natura, Fato, Divino, grazie alla capacità di saper improvvisare, di star sempre sull’onda nel momento di maggior necessità!  Così simili da essere, forse, padre e figlio… Oppure, forse, anche diversi ma uniti dalla forza di sfidare ognuno il proprio mostro… dentro il mare del Sé.

Interpretato da Stefano Sabelli – direttore artistico del Teatro del LOTO che, dopo Saul e Re Lear, con Achab, chiude un cerchio di grandi personaggi border-line segnati, nella senilità, da una follia latente che disvela, però, l’irrefrenabile desiderio di sfidarsi e andare, fino alla fine, oltre i propri limiti – e da Giammarco Saurino, talento purissimo, fra i nuovi protagonisti di tanta nuova fiction, con in scena anche Giuseppe Spedino Moffa, cantautore e polistrumentista molisano, che da solo, con l’aiuto di una loop machine, esegue dal vivo in scena, le bellissime musiche inedite create per questo spettacolo MOBY DICK, LA BESTIA

Dal 5 ottobre al 18 novembre 2018 sala studio

Repliche solo di venerdì e sabato h 21.30 e domenicah 18.30

La Compagnia della Luna

UN ATTIMO PRIMA

di Paolo Logli

regia Norma Martelli

con Claudia Campagnola

luci Danilo Facco

La guerra e in particolare il primo conflitto mondiale visto dagli occhi di una ragazza, una “portatrice carnica” una di quelle donne che all’alba di ogni giorno riempivano le loro gerle di granate, cartucce, medicinali, viveri, se le caricavano in spalla e sotto un peso di 30-40 chili, in piccoli gruppi salivano a piedi su per i sentieri fino alle trincee in quota, dove molto spesso combattevano i loro mariti, fratelli, figli.

La Carnia, regione alpina del Friuli è ed era una zona impervia, dal fondo valle dove erano dislocati i magazzini e depositi militari, fino alla linea del fronte in montagna dove gli uomini combattevano, non esistevano rotabili per il transito di automezzi e per raggiungere le trincee si potevano seguire a piedi solo sentieri e qualche mulattiera.

Gli uomini erano tutti al fronte e le donne dei paesi a valle, avvertendo la gravità della situazione, non esitarono ad aderire all’invito che veniva loro rivolto dal Comando Militare, per trasportare a spalla quanto occorreva agli uomini della prima linea. Per ventisei mesi, dall’agosto del 1915 all’ottobre del 1917 si costituì un vero corpo di ausiliarie formato da donne dai 15 ai 60 anni di età, le portatrici carniche furono chiamate.

Il racconto della giovane protagonista di “Un attimo prima” è un vero e proprio rosario di pensieri che si snoda lungo il tempo ipotetico della salita, rosario in cui i ricordi si sovrappongono al presente. Lassù ci sono le trincee, laggiù c’è il paese. Lassù ci sono gli uomini, laggiù c’è casa. Il racconto è un filo di pensiero che collega questi due poli, una voce isolata, un grido di amore per le vette e per l’erba dei crinali, per le nuvole di un cielo azzurro come la porcellana, che risuona sulla valle, un desiderio di vita e di amore che si fa strada in mezzo allo scenario insensato della guerra.

L’attrice in scena, si muove in un labirinto sonoro dove si sovrappongono melodie sognate, aspri silenzi, dove il ricordo di vecchie ballate si confonde al suono sordo di un mortaio o al sibilo frusciante di una schioppettata.

23 ottobre 2018 h. 21 (musica)

Festival Flautissimo      PRIMA ASSOLUTA

TOCCARE LE NUVOLE

di Philippe Petite

con Massimo Popolizio e Javier Girotto

musiche di Javier Girotto

“Il funambolismo non sarà mai uno sport. Lo sport lo si fa per divertimento, per competere, non ha la profondità di un’arte. Io faccio teatro nel cielo. E questo in solitudine. In qualunque artista che si appassioni alla propria arte c’è sempre solitudine. È importante essere soli”.  Massimo Popolizio racconta quella mattina del 7 agosto 1974 quando Philippe Petite tirò un filo tra le Torri Gemelle e lo percorse per ben otto volte, solo, a 400m dal suolo: fu la più straordinaria passeggiata che il mondo ricordi.

29 ottobre 2018 h.21 (musica)

Festival Flautissimo 

LA PASSEGGIATA

di Robert Walser

a cura di Teresa Pedroni

con Roberto Herlitzka

musica dal vivo Adriano Di Carlo e Alberto Caponi

Un testo che lascia un’orma più che labile sul sentiero che attraversa, entrando nel solco di una lunga tradizione che unisce l’architettura dei luoghi al processo creativo di un’opera letteraria. Il dolce naufragare del viandante come metafora della vita è il tema trattato con struggente e delicata commozione ne La passeggiata. Roberto Herlitzka accompagnato dal clarinetto di Alessandro Di Carlo e dal violino di Alberto Caponi darà voce alle riflessioni, gli incantamenti e le magiche intuizioni che il poeta racconta durante il suo camminare. Come ha avuto modo di commentare Gabriele Ghiandoni, “l’impianto è all’apparenza realistico, ma il ritmo è da fiaba.”

4 novembre 2018 h. 18 (musica)

Festival Flautissimo 

LA STRADA

di Cormac McCarthy

regia e video Stefano Cioffi

con Guglielmo Poggi

musiche eseguite dal vivo da Francesco Berretti

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Sempre a piedi, spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un’apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c’è storia e non c’è futuro. Mentre i due cercano invano piùcalore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d’acqua grigia, senza neppure l’odore salmastro. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile.

5 novembre 2018 h. 21 (musica)

1918-2018 IL PIAVE MORMORAVA

canti e scritti della grande guerra

con il Coro Malga Roma Associazione Nazionale Alpini

un progetto di Giuseppe Posarelli

serata a ingresso libero in onore dei Caduti della Grande Guerra

A tutti gli italiani che hanno combattuto la grande guerra nelle trincee alpine, tutti quelli che a casa soffrivano i lutti, le pene, le angosce della guerra e a tutta l’Italia di allora, vanno i nostri sentimenti di partecipazione, condivisione e ringraziamento per averci permesso di vivere oggi più uniti e consapevoli della grandezza del nostro paese. Viva l’Italia

6 novembre 2018 h 21 (musica)

Festival Flautissimo 

ON THE ROAD

Fabrizio Bosso tromba

Luciano Biondini fisarmonica

Il jazz è rivoluzione, dei suoni, dei costumi, della socialità. Le sue armonie sono la storia degli afroamericani e del loro riscatto. Bosso è interessato alla società che si muove attorno al jazz, un universo notturno di anime inquiete, mosse dal desiderio di cambiamento, dalla forza di un’innovazione che va oltre l’universo musicale.

Fabrizio Bosso è uno dei grandi del jazz italiano di oggi, trombettista dotato di stile, personalità e tecnica, di un gusto per la ricerca che si affianca con facilità a quello per l’intrattenimento, di un’intelligenza che gliconsente di essere leader e sideman perfetto. E di suonare cose speciali, come il fantastico soul jazz che propone con Luciano Biondini alla fisarmonica.

12 novembre 2018 h.21 (musica)

Festival Flautissimo 

HISTOIRE DU SOLDAT

di Igor Stravinskij

con Massimo Wertmuller

Alessandro Murzi direttore

Ensemble strumentale Music Theatre International

La vicenda faustiana riletta e filtrata attraverso le tematiche relative al conflitto bellico, l’esilio, la lontananza, l’estraneità e l’eterna ricerca della propria patria, nella difficile e precaria condizione del soldato e del profugo.

Nel centenario della sua prima esecuzione il lavoro da camera di Stravinsky sul testo di Ramuz, risulta di straordinaria attualità. È riproposto oggi nella lettura dell’ensemble strumentale della Music Theatre International diretto da Alessandro Murzi con la presenza di Massimo Wertmuller nel ruolo del narratore.

21 novembre h 21 (musica)

Calendario Civile Circolo Gianni Bosio

UNA MATTINA MI SON SVEGLIATA ED ERO STANCA DI MORIR

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, 25 novembre

Con Gabriella Ajello, voce   Susanna Buffa, voce Vanessa Cremaschi, voce e violino

Giovanna Famulari, voce e violoncello Lucilla Galeazzi, voce e chitarra

Isabella Mangani, voce Sara Marchesi, voce Emanuela Marrucci, voce e chitarra

Sara Modigliani, voce Stefania Placidi, voce e chitarraNora Tigges, voce  Ludovica Valori, voce e fisarmonica

L’immenso patrimonio delle ballate popolari custodisce e fissa nella memoria collettiva quegli episodi di violenza di genere che raramente compaiono nei libri di storia; antichissime sono le radici di queste storie di negazione dell’identità dell’essere femminile e dei tentativi di annientamento fisico e psicologico delle donne che si oppongono alla sopraffazione. Cantastorie e voci femminili hanno fatto arrivare fino a noi queste storie, altrimenti dimenticate e ora riunite in uno spettacolo coinvolgente e commovente che comprende canti narrativi di tradizione orale e musica d’autore: da “Tammurriata nera”, che rimanda alle violenze inflitte alle donne del sud Italia dai soldati statunitensi, fino a “Te la ricordi Lella”, narrazione del femminicidio di una donna che lascia il proprio uomo, e alle “marocchinate” che ricordano gli stupri di massa nel basso Lazio durante la seconda guerra mondiale.

25 novembre 2018 h.21 (musica)

Festival Flautissimo

WALKING ON THE MOON
Rita Marcotulli pianoforte
Israel Varela percussioni

Un incontro d’eccezione tra due grandi interpreti del jazz internazionale, una collaborazione prodotta dal festival con una spontanea alchimia, alla ricerca di un suono naturale, con uno sguardo sempre rivolto al nuovo e alla contemporaneità. Nei loro live, tra composizioni originali e nuovi arrangiamenti, c’è tutto l’amore per il Mediterraneo, per questo mare che ci fa sognare, che ci fa soffrire e che ci lascia interrogativi strazianti per la sorte delle tante differenti culture che lo abitano.

dal 29 novembre al 9 dicembre 2018 (teatro, cinema, mise en espace,esposizioni,incontri)

FIATO D’ARTISTA 1968-2018

GLI ARTISTI DI PIAZZA DEL POPOLO 50 ANNI DOPO

RASSEGNA DI PROIEZIONI, SPETTACOLI e INCONTRI

La Fabbrica dell’Attore- teatro Vascello e Ass. Inforse 

FIATO D’ARTISTA

1958-1968: DIECI ANNI A PIAZZA DEL POPOLO

uno spettacolo teatrale di Evita Ciri e Nicola Campiotti

liberamente tratto dal libro omonimo di Paola Pitagora edito da Sellerio

con Paola Pitagora, e altri due interpreti da definire

video di Paride Donatelli

costumi Annapaola Brancia d’Apicena

regia Evita Ciri

 

ADDIO A ROMA

Lettura di Manuela Kustermann e Paola Pitagora

dal libro omonimo di Sandra Petrignani

edito da Neri Pozza

 

IL GIOCO DELL’ARTE CON MIO PADRE ALIGHIERO

mise en espace 

dal libro omonimo di Agata Boetti

edito da Electa

 

CINEMA E DOCUMENTARIO  Otto Visioni e Condivisioni con gli autori 

 

PASCALI o Le trasformazioni del Serpente

documentario 2003, regia Marco Giusti

SULL’ORLO DELLA GLORIA

documentario su Pino Pascali – 2016, Regia di Maurizio Sciarra

 

LA LINEA PARALLELA DEL MARE

1982, Regia di Felice Farina

  

TUTTO SU MIO PADRE

2003, documentario – regia di Fabiana Sargentini

 

ERA UNA VOLTA Roma 1963-1979 l’Arte di Vivere 

estratto dal documentario di Mario Canale, 2018

 

ACCATTONE

film, 1961 – regia di Pier Paolo Pasolini

 

PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

film, 1964 – regia di Bernardo Bertolucci, con una presentazione video dell’autore

 

I PUGNI IN TASCA

film, 1965 – regia di Marco Bellocchio, alla presenza dell’autore

 

ROMA CALLING (IL VASCELLO DELL’ARTE)

Una serie di incontri a ingresso libero con i protagonisti della Pop Art italiana, i maggiori criticid’arte italiani e personalità della cultura, tra cui Fabio Sargentini, Marco Giusti, Achille Bonito Oliva, Daniela Lancioni .

SCRITTURA D’ARTISTA

Una masterclass di scrittura drammaturgica di tre giornate interamente dedicata agli studenti delle scuole superiori promossa dalla Siae condotta da drammaturghi e sceneggiatori italiani.  A conclusione della masterclass avrà luogo Open Day un’interagiornata per condividere i risultati del lavoro svolto da ciascun gruppo. I testi più meritevoli prodotti dai ragazzi verranno selezionati e premiati da Siae. Al progetto per i giovani si affianca anche Open Stage – gli studenti saranno invitati a partecipare ad un giornodi prove aperte dello spettacolo Fiato d’Artista previstoin rassegna. 

Un’occasione unica per vedere il  making  of  di unamessinscena, per scoprire come il testo scritto sitrasforma quando diventa agito, e per confrontarsi con gli attori e con gli autori.

dall’11 al 16 dicembre 2018 dal martedì al sabato h. 21 domenica h 18 (teatro)

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa  

LEAR, SCHIAVO D’AMORE

una riscrittura di Marco Isidori del Re Lear di William Shakespeare

regia Marco Isidori

con Maria Luisa AbateGonerilla, Gloucester

Paolo OriccoEdgardo, Edmondo/Tom

Batty La ValRegana, Matto

Francesca RolliCordelia

Vittorio BergerDuca d’Albany, Duca di Cornovaglia

Nevena Vujic’ Jolly

Eduardo BottoKent

l’Isi Lear

tecniche Sabina Abate  scene e costumi Daniela Dal Cin

coproduzione con Fondazione del Teatro Stabile di Torino

 

Re Lear dei Marcido:

Shakespeare oggi, Shakespeare ancora e sempre in love!

Grande metafora scenica degli inciampi ineludibili della vecchiezza umana, grande storia familiare, grande Teatro delle limitazioni intrinseche relative comunque alla sordità naturale della nostra condizione di viventi; tutto ciò è la tragedia del Lear.

“LEAR, SCHIAVO D’AMORE” respira all’interno di una spazialità scenografica assai particolare, le cui contraddittorie caratteristiche strutturali (potremmo descriverne l’immagine come quella di un Sottomarino/Volante) sono esaltate e potenziate da un impegno drammaturgico che ha saputo privilegiare soprattutto la dimensione epica del racconto del Bardo. Le situazioni dello sviluppo storico vengono accompagnate in sequenza, sottolineandole e contrappuntandone le fasi climatiche, da una serie di trasformazioni di tutto il panorama scenografico, stupefacenti per effetto visivo, ma, quel che più conta, per l’estrema aderenza della loro misura iconica alle intenzioni/intuizioni generali della regia.

Oggi, scegliere Shakespeare in qualità di autore, eleggerlo a depositario nonché garante di una sensibilità che contenga e rappresenti il nostro presente, significa saperne restituire l’infinita complessità dei nodi tragici (non dimenticando, però, i supremi momenti del grottesco), con la semplicità lineare propria di un processo di “sottrazione”, la quale, sfrondando anche spietatamente i rami pleonastici del plot, possa restituire allo spettatore moderno, quel ritmo essenziale, fisiologicamente/magicamente affine al lavorìo cardiaco, quella musicalità interna alla misura del verso shakespeariano, bagaglio indispensabile perché la messa in scena di uno dei capolavori indiscussi del poeta inglese, abbia adesso, per noi, oggi, un valido motivo per inverarsi quale compiuto e necessario fatto teatrale.

 

dal 18 al 31 dicembre 2018 dal martedì al sabato h 21 domenica h 18

riposo il 24 e 25 dicembre (Danza)

Balletto di Roma

LO SCHIACCIANOCI

ideazione e coreografia Massimiliano Volpini

musiche Pëtr Il’ič Čajkovskij

scene e costumi Erika Carretta

lighting design Emanuele De Maria

con i danzatori del Balletto di Roma

Per la stagione 2017/2018, il Balletto di Roma produce una nuova versione de Lo Schiaccianoci, balletto simbolo della tradizione natalizia, a firma di Massimiliano Volpini. La rilettura del coreografo ribalta l’ambientazione originale del primo atto, sostituendo all’enorme casa borghese in festa la strada di un’immaginaria periferia metropolitana: qui, abitanti senzatetto e ribelli senza fortuna vivono come comunità di invisibili, adattandosi agli stenti della quotidianità e agli scarti della città. Un muro imponente separa due strati di società, chiudendo fisicamente e idealmente una fetta d’umanità disagiata in un angolo di vita separata e nascosta. Due giovani temerari tenteranno il grande salto oltre il muro e affronteranno bande di uomini oscuri, vigilanti di rivoluzionari fermenti. La ‘battaglia dei topi’ del tradizionale Schiaccianoci si trasformerà in un cruento scontro di strada il cui esito sarà la fuga di Schiaccianoci e la salvezza di Clara. Dall’altra parte del muro la coppia di avventurosi scoprirà un nuovo mondo che ai loro occhi si illuminerà dei colori dellostupore e della magia. Il secondo atto riaggancia ambientazioni e personaggi della tradizione, in un viaggio tra le danze del mondo e personaggi bizzarri: un incanto che cancellerà per un attimo gli incubi grigi di una vita nell’ombra. La magia non durerà tuttavia per sempre e sul finale Clara tornerà ad osservare ilmuro della sua prigionia con la nuova consapevolezza di un’impossibile liberazione: dall’altra parte continueranno a vivere gli invisibili, estranei al suo nuovo mondo come pezzi mancanti di un’umanità irrisolta.

Sulle note di Pëtr Il’ič Čajkovskij, Massimiliano Volpini porta in scena una nuova lettura del classico natalizio e invita lo spettatore ad osservare la fiaba da una nuova prospettiva

che, pur nella conservazione del binomio realtà/sogno, scopre i risvolti terreni e umani di una società contemporanea

dall’8 al 13 gennaio 2019  dal martedì al sabato h 21 domenica h 18 (Teatro)

Tieffe Teatro Milano

LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE

di Eugene O’ Neill

traduzione Bruno Fonzi

regia Arturo Cirillo

con Milvia Marigliano – Mary

Arturo Cirillo – James

Rosario Lisma – James Jr.

Riccardo Buffonini – Edmund

scene Dario Gessati

costumi Tommaso Lagattolla

luci Mario Loprevite

assistente alla regia Mario Scandale  assistente scene Maddalena Moretti

assistente costumi Donato Di Donna un ringraziamento per la collaborazione a Lucia Rho

spettacolo selezionato nell’ambito di NEXT edizione 2017-18 promosso da Regione Lombardia in collaborazione con Fondazione Cariplo

 

Dopo aver messo in scena Zoo di vetro di Tennessee Wiiliams e Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, il regista Arturo Cirillo conclude la trilogia con la drammaturgia statunitense contemporanea, ideata e prodotta da Tieffe Teatro Milano, scegliendo Lunga giornata verso la notte del premio Pulitzer Eugene O’Neill.

Lunga giornata verso la notte, interpretato da Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, nella doppia veste di attore e regista, Rosario Lisma e Riccardo Buffonini, si svolge nell’arco di un giorno lunghissimo, in cui i membri della famiglia Tyrone, disfatta da miserie fisiche e morali, si urlano in faccia l’uno contro l’altro la propria disperazione e la propria solitudine, annegando nel buio del dolore. Il padre James è un ex-attore ricco ma avaro che si rifugia nell’alcool, la madre Mary una donna rovinata dalle droghe e che ha paura della realtà, il figlio minore Edmund malato che presagisce la fine, il maggiore James Jr. un alcolista disadattato.È sempre la famiglia quella che si mette in scena, come se il grande sogno americano non potesse se non partire da lì, dove tutto ha inizio e dove tutto a volte si conclude. Una lunga notte, ancora in compagnia di un fiume di alcol, questa volta con in più anche il senso di una malattia, e la dipendenza da droghe. Come nei due testi già portati in scena, anche qui ciò che m’interessa non è tanto uno spaccato americano, per di più in questo caso con personaggi d’origine irlandese, ma la forza dei dialoghi e la possibilità di costruire quattro grandi interpretazioni. E se negli spettacoli precedenti avevo usato un impianto volutamente non naturalistico per uscire dal melò e da una certa convenzionalità, qui è il teatro nel suo chiaro essere ad apparirmi alla mente. Il capofamiglia è un attore, dalla carriera incerta, il suo primogenito è stato un attore senza motivazioni, ma costretto a recitare dal padre, desideroso di vederlo in qualche modo sistemato. Ma possiamo considerare attori tutti e quattro i protagonisti di questa lunga nottata, dove la nebbia è data dalla macchina del fumo, dove gli attori/personaggi escono e rientrano nel proprio camerino, come nella propria solitudine. Il testo di O’ Neill mi si è rivelato come un enorme celebrazione dell’immaginazione, dove i personaggi hanno continuamente un doppio binario di menzogna e verità, ma per citare il titolo di un libro di Elsa Morante, a vincere è il sortilegio: della droga, dell’alcol, ma soprattutto del teatro. Arturo Cirillo

 

dal 10 gennaio 2019 (Foyer letterario) tutti i giovedì h.18

Vittorio Viviani in

QUEL COPIONE DI SHAKESPEARE

Lettura espressiva delle novelle italiane che hanno ispirato il bardo

ideazione e adattamento di Vittorio Viviani

 

William Shakespeare ha copiato alcuni suoi capolavori dalle novelle italiane?

Ovviamente, copiato, è una provocazione, ma non troppo campata in aria.

I suoi colleghi del tempo lo accusavano esattamente di questo: copiava da tutti.

Shakespeare conosceva molte bene le novelle italiane perché furono tradotte in inglese sin dal XIV secolo.

E allora, la vera provocazione è: perché non andiamo a scoprire le fonti da cui Shakespeare aveva copiato? Perché non fare in teatro delle letture espressive delle novelle del Bandello, Giraldi Cinzio, Straparola, Da Porto, Giovanni Fiorentino, Masuccio Salernitano e naturalmente Boccaccio?

Per “lettura espressiva” intendiamo riferirci a quella “letteratura espressiva” ricca di modi di dire, idiotismi, proverbi popolari, terminologia e sintassi che corredavano la scrittura dei più grandi novellieri italiani rendendola viva e “realistica”. E il maestro di tutti, si sa, fu Boccaccio. Tradotto in lettura espressivavuol dire grande libertà teatrale, fantasia recitativa, comunicazione diretta di emozioni e sentimenti che vivissimi fuoriescono da quei testi.

In conclusione:

Un’ora di lettura, lezione, aneddotica, teatralità nello spirito e nello stile affabulatorio di Vittorio Viviani.

PROGRAMMA INDICATIVO

1Giulietta e Romeo Matteo Bandello, Luigi da Porto, Masuccio Salernitano.

2Otello Giovan Battista Giraldi Cinzio

3Il mercante di Venezia Giovanni Fiorentin, Masuccio Salernitano, Giovanni Boccaccio

4La dodicesima notte Giovan Francesco Straparola, Giovan Battista Giraldi Cinzio

5Tito Andronico Matteo Bandello

6Le allegre comari di Windsor Giovanni Fiorentino. Giovan Francesco Straparola

7Tutto è bene quel che finisce bene Boccaccio

8Molto rumore per nulla Giovan Francesco Straparola

9Misura per misura Giovan Battista Giraldi Cinzio

10Cimbelino Giovani Boccaccio

14-15-16 gennaio 2019  h 21 (Teatro)

Le Nuvole/Casa del Contemporaneo  

MARE MATER

O della esemplare storia della Nave Asilo Caracciolo e del suo capitano, la Signora Giulia Civita Franceschi

uno spettacolo di Fabio Cocifoglia e Alfonso Postiglione

collaborazione drammaturigica Antonio Marfella

con Manuela Mandracchia (nel ruolo di Giulia Civita Franceschi),

Graziano Piazza, Luca Iervolino, Niko Mucci, Giampiero Schiano

consulenza scientifica Maria Antonietta Selvaggio e Antonio Mussari

costumi Giuseppe Avallone

collaborazione tecnica \ sound design  Hubert Westkemper

musiche e ambiente sonoro Francesco D’Errico

collaborazione artistica Enzo Musicò

Il progetto teatrale si è avvalso della documentazione archivistica messa a disposizione del Museo del Mare di Napoli e di varie altre pubblicazioni che vanno dal catalogo della mostra foto-documentaria Da scugnizzi a marinaretti, a cura di Antonio Mussari e Maria Antonietta Selvaggio, e del volume La nave come seconda nascita della stessa Maria Antonietta Selvaggio (Edizioni Scientifiche e Artistiche, 2014). Il prezioso archivio è stato messo a disposizione dal Museo Del Mare, grazie allo spazio e alla disponibilità della Marina Militare Italiana.

Lo spettacolo ha debuttato in una versione site-specific al Molo San Vincenzo di Napoli nell’ambito del Napoli Teatro Festival edizione 2016. Negli anni tra il 1913 e il 1928, Napoli fu al centro dell’interesse pedagogico internazionale per un esperimento educativo straordinario, che si realizzò sulla Nave-Asilo “Caracciolo” – una piro-corvetta in disuso – donata, dopo anni di onorato servizio dalla Marina Militare alla città di Napoli, grazie ad una legge speciale, del 1911. A dirigere la Caracciolo fu chiamata la signora Giulia Civita Franceschi (1870-1957) figlia del noto scultore toscano Emilio Franceschi. La nave, fu ufficialmente assegnata alla sua guida solo in qualità di “delegata” da David Levi Morenos – scienziato e filantropo, primo istitutore delle “Navi-Asilo” in Italia – perché all’epoca non era consentito ad una donna di poter dirigere un’istituzione educativa pubblica. In circa quindici anni la nave accolse oltre 750 bambini e ragazzi detti “i caracciolini”, provenienti per lo più dai quartieri spagnoli, recuperati dalla loro condizione di abbandono e indirizzati ai mestieri del mare in prospettiva di una vita sana, civile e dignitosa. Il metodo educativo  “sistema Civita” fu apprezzato da Maria Montessori e dai pedagoghi del tempo che visitarono la nave. La “Caracciolo” non si limitò ad essere una scuola di addestramento ai mestieri marittimi, ma fu piuttosto una “comunità”, in cui ogni fanciullo veniva rispettato, incoraggiato e valorizzato nelle proprie tendenze, “aiutato individualmente a migliorarsi e a svilupparsi in modo armonico”. Nel 1928, il governo fascista allontanò Giulia Civita Franceschi dal suo incarico.

L’esperienza pedagogica della nave Caracciolo, della sua educatrice e dei numerosi ragazzi saliti a bordo “scugnizzi” e sbarcati uomini, è il cuore del lavoro teatrale ideato da Fabio Cocifoglia, scritto e diretto con Antonio Marfella e Alfonso Postiglione: il ritratto di una donna innovativa e della sua azione educativa che ha lasciato un’impronta profonda e indelebile.

 

dal 17 al 27 gennaio 2019  

debutto giovedì h 21 e dal martedì al sabato h. 21 domenica h 18 (Teatro)  

Teatro Franco Parenti – La Pirandelliana – Marche Teatro

WHO IS THE KING

da William Shakespeare, la serie

un progetto di Lino Musella, Andrea Baracco, Paolo Mazzarelli

Episodi 1 e 2 da Riccardo II-Enrico IV parte prima, di W. Shakespeare

drammaturgia e regia Lino Musella, Paolo Mazzarelli

supervisione alla regia Andrea Baracco

con Massimo Foschi, Marco Foschi, Annibale Pavone, Valerio Santoro, Gennaro Di Biase Josafat Vagni, Laura Graziosi, Giulia Salvarani, Paolo Mazzarelli, Lino Musella

luci Pietro Sperduti  

scene Paola Castrignanò  

musiche Luca Canciello

costumi Marta Genovese

Negli ultimi 15 anni le serie TV hanno sconvolto, rinnovato, vivificato il concetto universale di narrazione, abituando il pubblico di tutto il mondo ad entrare nelle grandi storie episodio dopo episodio, passo dopo passo, personaggio dopo personaggio.

Ma la serialità, in narrativa come in teatro, non è una novità del nostro tempo.

Studiando l’opera teatrale di un certo William Shakespeare, ci siamo resi conto che il grande genio inglese, nell’arco della sua sconfinata produzione, ha saputo dar vita a qualcosa di realmente impressionante: egli ha infatti messo insieme una sequenza di otto opere (RICCARDO II, ENRICO IV parte I e II, ENRICO V, ENRICO VI parte I, II, III, RICCARDO III) che, messe in quest’ordine, raccontano poco più di un secolo della storia d’Inghilterra (dal 1370 al 1490 circa), precorrendo in modo geniale e sconvolgente esattamente i meccanismi narrativi delle migliori serie TV contemporanee. Messi l’uno dopo l’altro, gli otto drammi storici che vanno da Riccardo II a Riccardo III, si rivelano una grande saga di sconvolgente potenza e di inquietante attualità, una saga che indaga in particolare il rapporto fra uomo e potere, una saga nella quale ogni personaggio viene presentato prima giovane, poi uomo, infine anziano, per poi lasciare il testimone ad un nuovo carattere, che a sua volta attraversa tutte le fasi della vita, va incontro alla morte, lascia il campo ad un nuovo protagonista. Il tutto in un doppio arco narrativo (se fosse una serie TV, diremmo che sono due stagioni perfette) che, partendo dal crollo mistico di Riccardo II, sale su, fino alle vette eroiche di Enrico V, per poi precipitare giù, attraverso gli intrighi dell’Enrico VI, fino all’inferno di Riccardo III. Padri e figli, fratelli e zii, re e regine, ribelli e sudditi, personaggi di corte e viziosi impenitenti, formano tutti insieme un grande quadro che ritrae -a metà fra storia e poesia-l’abbraccio letale che da sempre vede le migliori qualità umane soffocare tra le braccia del potere. WHO IS THE KING Da William Shakespeare -la serie, si propone di adattare, tradurre, ridurre, mettere in scena le otto opere di Shakespeare trasformandole in quattro grandi spettacoli, da presentare nel corso di due triennalità. Gli episodi 1 e 2, che coprono gli eventi narrati in Riccardo II ed Enrico IV parte prima, sono l’inizio di questo grande viaggio.

21 gennaio  2019 h 21 (musica)

La Paranza di Nando Citarella

Nando Citarella & Tamburi del Vesuvio

TOUR-NAMM il viaggio,il ritmo,il canto ai piedi del vulcano

“Verso la terra mia prima,verso sud migrai e trovai nudi e in miseria e fino ai fianchi nel mare,Castello e Città. Là dove il rosmarino fiorisce e dove l’acqua ancora scorre dalle sorgenti,frutti d’ombra cadono dai muri,luce di luna imbianca la casa,e cenere di crateri ormai freddi trasportano vento di mare nelle stanze”.

Queste parole rappresentano il nostro vissuto e il vivere ancora oggi in questa Terra Prima, la dove la processione si allontana e fa spazio al tempo e al mondo interiore,diamo spazio alle nostre preghiere, alle invocazioni,ai canti,alla musica ,alla semplicità al battito del Tamburo”‘a Tammorra” da S. Rocco alla Mamma d’e Galline,  da Materdomini all’Avvocata e fino a quella Cuba dove tra riti antichi e misteriosi canti si incontrano le nostre culture (Africa-Ispano-Napoletana). La, dove il fuoco sotto terra è Pietra Liquida tra pane chiaro e labbra scure, si alza il nostro canto e nella città cava Stamburano i Tamburi.  Noi siamo testimoni di questa tradizione cresciuti e andati via per vivere poi in essa dove la pietra liquida diventa il nostro fuoco. Questo progetto nasce dall’incontro tra musicisti studiosi  delle tradizioni  che ancora oggi praticano e ne vivono il continuo mutamento. Dal tocco vigoroso del suonatore di tamburi lontani e cantore di lingua madre che dalla Campania è approdato a Cuba per coniugare ed unire  antichi riti e nuove contaminazioni . Il mastro catanese che con l’ottava sottosopra strappa,accompagna e guida  la ritmica  e l’armonia ,Il  suono ora staccato, ora balzato dell’arco che stride sulle corde tra crini e pece del rosso suonatore della Capitale, il cantore a fronna della penisola sorrentina e suonator di mantice nonché ballatore.La voce dal timbro argentino della cantatrice ciociara unita alle gentili figure di donne danzatrici che con il loro gesto nitido,disegnano nell’aria come antiche muse questa nostra terra. Dal musico e teatrante che della Maschera ha cantato rappresentandone il grido ed il sospiro tra corde,pelli e passi che tra pizzico e battente  appoggiano e sostengono  ‘a voce che giù dalla penisola, risale fin sul Vulcano e oltre il Mare. Chest’è ‘a vita ‘a storia ‘a museca che noi vi proponiamo.

dal 31 gennaio al 10 febbraio 2019

debutto giovedì h 21 e dal martedì al sabato h. 21 domenica h 18 (teatro)

Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello (Roma)

Milleluci Entertainment

DOPO LA PROVA di Ingmar Bergman

con Ugo Pagliai, Manuela Kustermann e Arianna Di Stefano

assistente regia Alessandro Gorgoni

assistente M° Pagliai  Alessandro Guerra

scene di Alessandro Chiti

costumi Daniele Gelsi

disegno luci Umile Vainieri

regia Daniele Salvo

In un tempo sospeso, nella penombra di un vecchio palcoscenico, Henrik Vogler, grande regista e direttore di teatro, è seduto su una poltrona, immobile. Appare quasi imbalsamato. Ha 109 anni o forse solo sessantadue. La scena è ingombra di oggetti, attrezzature sceniche, quinte, attrezzeria, rimasti dopo una prova pomeridiana de “Il sogno” di Strindberg. Ora però il regista è rimasto solo, assorto nelle sue riflessioni sul senso del suo stesso lavoro, sulle scelte fatte, sugli errori compiuti, sul tempo della propria esistenza e sulle aspettative per il futuro. L’edificio è completamente deserto. Il sipario è alzato

sino a metà. D’improvviso appare sulla scena Anna Egerman, giovane attrice interprete della Figlia di Indra nella pièce diretta da Vogler. Da questo momento inizia un confronto serrato tra i due che, sospesi in una zona di confine, in una sorta di limbo extra-quotidiano in cui tutto è concesso, si permettono finalmente di dire la verità. Le loro ansie, le loro paure, i loro desideri, i loro affanni e le loro vanità di piccoli esseri umani vengono alla luce con chiarezza, affiorano dalla loro piccola stanza dell’immaginario e prendono corpo con violenza. È quasi un percorso psicanalitico, un raggio di luce in una stanza buia da anni, un momento di verità in un’esistenza di finzione. Vogler si muove nel torrente del tempo con disinvoltura e leggerezza, analizzando il sentimento dell’amore, della gelosia, dell’attrazione, del gioco teatrale, senza retorica e con semplicità disarmante. L’ingresso sulla scena di Rakel, attrice di mezza età, introduce altri temi bergmaniani di straordinaria pregnanza: la percezione del tempo, la paura della vecchiaia, la straordinaria fragilità dell’animo femminile che si risolve in patologia pura, in ansia da prestazione, in senso di inadeguatezza e nevrosi. Quella di Rakel è una figura che si muove sul filo del

rasoio, un’artista distrutta dal suo stesso talento, una scorticata viva.

In “Dopo la prova” Bergman non crea nemmeno più “personaggi”, ma linguaggi, funzioni emotive, “contenitori” di fragilità, ansie e paure, donne e uomini reali che non riescono più a convivere con le menzogne, con i compromessi della vita borghese, vecchi-bambini che rischiano la vita, perdono l’equilibrio e cadono a terra in preda ad un ossessivo bisogno di verità, di un senso possibile, di un segno, un gesto, un respiro che dia un significato alle loro piccole vite

4 febbraio 2019 h 21 (musica)

GERMANO MAZZOCCHETTI ENSEMBLE

Un gioco sottile

Germano Mazzocchetti, fisarmonica

Francesco Marini, sax soprano e clarinetti  Paola Emanuele,viola

Marco Acquarelli, chitarra Luca Pirozzi, contrabbasso Sergio Quarta, percussioni

Il Germano Mazzocchetti Ensemble è attivo da più di dieci anni.

Ha pubblicato i cd “Testa sghemba” (Egea) e “Asap” (Incipit).

Le musiche di Mazzocchetti attingono a sonorità popolari e mediterranee, unite a citazioni jazzistiche erimandi alla tradizione colta. Il risultato è una musica caratterizzata da uno spiccato sincretismo linguistico, che bene si allinea ad alcune tra le più interessantiesperienze della musica d’oggi.

Come ha scritto il  critico  Giordano  Montecchi,  “è  spigolando  nel vissuto che nascono oggi le migliori musiche nuove: le musiche della crisi, schizzate con la consapevolezza delle miriadi di lingue e del loro immenso lascito da una parte e, dall’altra, la sfida a un mondo sempre più   indifferente a ciò che non passa per le autostrade mediatiche.” E ancora, riferendosi all’attività di Mazzocchetti come compositore di musiche di scena: “Remoti si sentono gli echi di un Kurt Weill, di un Fiorenzo Carpi e il carsico andirivieni di quella linfa popolare che sempre nutre il lessico di Mazzocchetti. Ma c’è anche altro in questa formazione densa di ritmo ed energia cinetica, impastata con fisarmonica e viola che trasudano melanconia a ogni nota. C’è un universo intimamente latino, fatto di ritmo, calore e languore”. Il gruppo ha suonato per le maggiori istituzioni nazionali, tenendo concerti nelle principali città italiane.

dal 12 al 24 febbraio 2019 dal martedì al sabato h 21 domenica h 18 (teatro)

Odin Teatret

L’ALBERO

Uno spettacolo che cresce leggendo i giornali

dedicato a Inger Landsted

regia Eugenio Barba

attori Luis Alonso, Parvathy Baul, I Wayan Bawa, Kai Bredholt, Roberta Carreri

Elena Floris, Donald Kitt, Carolina Pizarro, Fausto Pro, Iben Nagel Rasmussen

Julia Varley

Scenografia e luci Luca Ruzza OpenLab Company

disegno e realizzazione dell’albero Giovanna Amoroso e Istvan Zimmermann, Plastikart

costumi e oggetti Odin Teatret,

direzione musicale Elena Floris,

marionette Niels Kristian Brinth, Fabio Butera, Samir Muhamad, I Gusti Made Lod

teste delle bambole Signe Herlevsen,

drammaturgo Thomas Bredsdorff  consulente letterario Nando Taviani, testo Odin Teatret

assistenti alla regia Elena Floris, Julia Varley

L’albero della Storia cresce forte e morto.

Intorno ad esso, bambini soldato e monaci in preghiera danzano insieme a signori della guerra, a una madre rabbiosa, e alla figlia di un poeta che, dabambina, sognava di volare via con il padre.

Due narratori presentano e commentano scene e personaggi. Nel deserto siriano due monaci yazidi piantano un albero di pere per richiamare gli uccelliche sono scomparsi. In Nigeria una madre riposa sotto l’ombra dell’albero della dimenticanza tenendo in braccio la testa di sua figlia nascosta in una zucca. Un signore della guerra europeo spiega la necessità di pulizia etnica a un signore della guerra africano che compie un sacrificio umano per rendere invulnerabileil suo esercito di bambini soldato prima di condurli in battaglia. Una bambina gioca con le sue bambole intorno all’albero piantato dal padre quando è nata. Si chiede come gli uccelli vedano la terra dal cielo. Alla fine l’albero della Storia si piega sotto il peso della frutta e offre una casa agli uccelli che volano sopra le teste degli spettatori.  Ma che tipo di uccelli sono?

dal 15 al 24 febbraio 2019 sala studio

venerdì e sabato h 21.30, domenica h 18.30 (teatro)

DELIRIO A DUE

di Eugène Ionesco

traduzione di Gian Renzo Morteo

regia Fabio Galadini

con Fabio Galadini Lui   Valentina MoriniLei

assistente alla regia Raffaele Balzano

video Laura Girolami

scene e costumi Lorenzo Rossi

musiche Frederic Rzewski, Giacinto Scelsi, Luigi Nono

Una coppia si logora nel delirio dell’abitudine quotidiana, chiusa nel solipsismo del vivere privato mentre fuori l’umanità marcia inesorabile verso l’autodistruzione.

Lui e Lei, normalmente normali, normalmente infelici, normalmente insoddisfatti della vita, passano il loro tempo litigando con cattiveria e violenza su futilità di ogni genere, rinfacciandosi disillusioni e sogni traditi. Parlano, urlano, disputano mentre intorno a loro, come in uno spaventevole controcanto, la guerra infuria. Nell’inconsistenza del dialogo riaffiora un passato rifiutato che, nel ricordo, appare migliore di un presente banale, sciatto e privo di certezze, e dove il linguaggio, invece di essere strumento di comunicazione, è un ostacolo insormontabile.  Sono i protagonisti di «Delirio a due», scritto da Eugène Ionesco nel 1962. Con loro è di scena la stupidità comica e avvilente degli esseri umani, offuscati dalle loro narcotizzanti abitudini, degradati nelle loro tristi banalità, inesorabilmente chiusi nei loro miseri egoismi, nella loro meschina autosufficienza, nel loro gretto conformismo, incapaci di dare un senso a ciò che accade intorno. Incapaci di vedere che, intanto, il mondo lì fuori muore. Fabio Galadini

“Nessuna società ha mai potuto abolire la tristezza umana, nessun sistema politico ci libererà dal dolore della vita, dalla paura di morire, dalla sete di assoluto. La condizione umana prevale sulla condizione sociale, non viceversa. Io invece voglio far apparire sulla scena una tartaruga, trasformarla in un cavallo da corsa, poi far sì che quest’ultimo diventi un cappello, una canzone, un corazziere, un’acqua di sorgente. In teatro si può osare tutto sebbene ora sia il luogo in cui si osa il meno possibile. Io mi sono proposto, per parte mia, di non riconoscere altre leggi che quelle della mia immaginazione; e poiché l’immaginazione ha delle leggi, ciò è una nuova prova che, in fine dei conti, non è arbitraria”. Da Eugène Ionesco: Note e contronote, Torino 1965

dal 26 febbraio al 3 marzo 2019 dal martedì al sabatoh 21 domenica h 18 (danza)

Balletto di Roma

GISELLE

coreografie Chris Haring e Itamar Serussi Sahar

concept development Peggy Olislaegers

musiche originali Adolphe Adam

rielaborazioni musicali Richard Van Kruysdijk, Andreas Berger

con i danzatori del Balletto di Roma

presentazione a cura di Gaia Clotilde Chernetich

con il sostegno di Fonds Podium Kunsten Performing Arts Fund NL, Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi a Roma, Forum Austriaco di Cultura

con il contributo di Regione Lazio

Centosettantacinque anni. Tanti ne sono passati dalla prima rappresentazione del balletto Giselle, gioiello di poesia romantica creato per il debutto parigino della ballerina italiana Carlotta Grisi. Da allora Giselle non ha mai smesso di trasformarsi. Per noi spettatori del XXI secolo è importante tenere a mente un fatto: oggi Giselle non è più solo il balletto emblema dell’Ottocento romantico europeo, ma una danza che affonda le proprie radici nel tempo presente godendo di un diritto di cittadinanza globale. Commissionando la creazione ai coreografi Itamar Serussi Sahar e Chris Haring | Liquid Loft, impegnati rispettivamente nel I e nel II atto, il Balletto di Roma non si limita a presentare una nuova versione di Giselle capace di esplorare ancora e diversamente la follia amorosa di una giovane tradita dal proprio ideale (I atto) e l’esito mortifero del suo dolore ambientato in un mondo ultraterreno (II atto). La Giselle che il Balletto di Roma porta in scena nel 2016 non esplora un personaggio che contiene in sé gli opposti riassumibili nella sacra contrapposizione tra vita e morte, ma l’espressione di un sentire esteso e molteplice che appartiene alla comunità dei corpi in scena. La sua identità non è più incarnata in un ruolo, ma agisce come una lente attraverso la quale ognuno osserva il mondo intorno a sé. Così hanno lavorato i danzatori della compagnia, incorporando Giselle nelle improvvisazioni non in quanto scomposizione del suo personaggio in parti più piccole e individuali, ma in quanto decostruzione della narrazione del libretto di Théophile Gautier e delle sue declinazioni alle prese con corpi e sensibilità del tempo presente. La profonda rielaborazione delle musiche di Adolphe Adam, a opera di Richard Van Kruysdijk e Andreas Berger, sostiene entrambi gli atti collocando la danza in una dimensione che consente a ogni spettatore di creare la propria storia grazie alle evocazioni ritmiche e a quelle del gesto.

Ideato dall’artista israeliano Itamar Serussi Sahar, il primo atto ci consegna una coreografia all’insegna della potenza fisica e carnale che emerge da corpi spogli di quel vezzo pantomimico che tradizionalmente caratterizza il primo atto di Giselle. Dell’archetipo ottocentesco ritroviamo la dimensione terrestre, che qui si esprime attraverso un’umanità che si lascia alterare dal reale, mossa e a tratti scossa da pulsioni vitali che esplorano lo spazio della scena esprimendo un senso di appartenenza tanto alla vita quanto alla morte. Mentre la vitalità del I atto tende a diversificare tra loro i danzatori, il II atto firmato dal coreografo austriaco Chris Haring recupera una dimensione collettiva più corale. Giselle ci ricorda che, tra gli umani, nulla è più condiviso e comune della morte. L’ipotesi che la vendetta sia capace di alleviare il dolore della perdita rappresenta allora quell’ultimo guizzo di umano, l’ultima chimera che la vita concede a Giselle, prima che i corpi si affrontino definitivamente – interrotti solo da alcune estremeincursioni del reale – in un incontro dominato da una rarefazione visiva che va esaurendosi. Come una fenice ormai incenerita che ci riconsegna tutti, artisti e pubblico, alla vita.

dal 5 al 10 marzo 2019 dal martedì al sabato h 21 – domenica h 18 (teatro)

Teatro Franco Parenti / Sonia Bergamasco

L’UOMO SEME

racconto di scena ideato e diretto da Sonia Bergamasco
dal 
L’uomo seme di Violette Ailhaud
(traduzione di Monica Capuani)

drammaturgia musicale a cura di Rodolfo Rossi
e del quartetto vocale 
Faraualla
con
Sonia Bergamasco, Rodolfo Rossi, Loredana Savino, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone, Teresa Vallarella
scene e costumi 
Barbara Petrecca
luci
 Cesare Accetta
cura del movimento 
Elisa Barucchieri  assistente alla regia Mariangela Berardi
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni

si ringrazia per la collaborazione Triennale Teatro dell’Arte, e il Comune di Lucera

Sonia Bergamasco prosegue – dopo Karenina, Il Ballo, Il Trentesimo Anno, Louise e Renée – la sua esplorazione del femminile attraverso la lingua forte e appassionata di Violette Ailhaud, autrice di uno stupefacente manoscritto.

Inno spiazzante alla vita, L’uomo seme è uno spettacolo corale concepito in forma di ballata, in cui racconto, canto e azione scenica cercano un punto di equilibrio essenziale. L’albero-casa al centro della scena – realizzato da Barbara Petrecca – si anima delle luci di Cesare Accetta e dei movimenti scenici curati da Elisa Barucchieri. Sul palco, accanto a Sonia Bergamasco, le Faraualla – splendido quartetto di cantanti attrici – e il musicista performer Rodolfo Rossi.

«Quando una storia ci colpisce al cuore sentiamo il bisogno di raccontarla di nuovo per ritrovare, in chi guarda e ascolta, conferma del nostro sguardo. Questo è quello che mi è successo quando ho letto L’uomo seme, testimonianza viva di un’esperienza unica e sconvolgente. In un villaggio di montagna dell’Alta Provenza, all’indomani della Grande guerra, tutti gli uomini sono morti. Il paese è abitato solo da donne e bambini. Violette Ailhaud, testimone dei fatti, trova solo allora e finalmente le parole per raccontare di quando, ancora ragazza, il suo villaggio aveva vissuto un’identica tragedia. Violette affiderà questo suo memoriale a un notaio con l’incarico di consegnarlo alla più giovane delle sue discendenti. Una lingua forte, scabra e ventosa ci conduce in cima alle montagne dove è ambientata la vicenda e dove vive questa comunità di sole donne che stringerà uno straordinario patto per la vita.

Svetlana Aleksievic nel suo grande libro di inchiesta La guerra non ha un volto di donna scrive che il racconto della guerra nasce, nella tradizione, da percezioni prettamente maschili, rese con parole maschili. Nei racconti delle donne non c’è, o non c’è quasi mai, ciò che siamo abituati a sentire: gente che ammazza eroicamente altra gente e vince o viene sconfitta. E anche se sembra che il tempo presente, tempo di guerra permanente, sia anche il tempo delle donne soldato – curde, americane, israeliane – resta tuttavia la percezione che per entrare nella lingua della guerra “guerreggiata” le leve femminili abbiano la necessità di mascolinizzarsi. Sono altri i racconti femminili, e parlano d’altro. La guerra raccontata al femminile ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti. Dove non ci sono eroi e imprese strabilianti, ma persone reali impegnate nella più disumana delle occupazioni dell’uomo. E a soffrirne non sono solo le persone, ma anche i campi, e gli uccelli, e gli alberi. Ogni cosa che convive con noi su questa terra. Inno spiazzante alla vita, l’Uomo seme è un racconto corale in forma di ballata, in cui narrazione, canto e azione scenica cercano un punto di equilibrio essenziale.» Sonia Bergamasco

dal 12 al 17 marzo 2019   dal martedì al sabato h.21 – domenica h 18 (teatro)

TPE – Teatro Piemonte Europa

CTB Centro Teatrale Bresciano / Teatro Di Dioniso

SHAKESPEARE/SONETTI

versione italiana e adattamento teatrale Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

regia Valter Malosti

coreografie Michela Lucenti

con Valter Malosti, Michela Lucenti, Maurizio Camilli, Marcello Spinetta, Elena Serra

scene e costumi Domenico Franchi

luci Cesare Agoni

canzoni Domenico Modugno

progetto sonoro Valter Malosti

assistente alla regia Elena Serra

Enigma filologico, impenetrabile documento, lettera d’amore a un destinatario sconosciuto,

i Sonetti di Shakespeare diventano qui a pieno titolo uno dei testi teatrali shakespeariani: un inedito monologo maschile. L’ordine dei componimenti viene ricostruito in una nuova lingua e una nuova drammaturgia. Un complesso romanzo d’amore con quattro figure e una sola voce: con il Narratore dei Sonetti Shakespeare crea infatti uno dei suoi grandiprotagonisti, un personaggio clownesco e sboccato, straziante e disperato, di allucinata modernità. Una fra le più complesse e grandiose opere di poesia dell’età moderna diventa in questo spettacolo un altare sacrificale, un evento di grazia e furore, canto e lamento, beffa e bestemmia, che anticipa I grandi canzonieri d’amore del Novecento, da Auden a Pasolini, da Salinas a Testori. Con Shakespeare/Sonetti Valter Malosti toma dopo moltianni a collaborare con Michela Lucenti e il suo gruppo di lavoro, fra i più importanti e riconosciuti ensemble di teatro-danza contemporanei, e conclude così la sua trilogia sullo Shakespeare “non teatrale” iniziata con Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia.

dal 19 al 24 marzo 2019 dal martedì al sabato h 21 – domenica h 18 (teatro)

LuganoInScena, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura

LA BISBETICA DOMATA

da William Shakespeare

traduzione e adattamento Angela Demattè

regia Andrea Chiodi

con Tindaro Granata, Angelo Di Genio, Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira

Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore

scene Matteo Patrucco, costumi Ilaria Ariemme  

musiche originali Zeno Gabaglio, disegno luci Marco Grisa

La bisbetica domata, o “addomesticata” come si tradurrebbe alla lettera, è una delle prime commedie di Shakespeare, la più contorta forse, la più discussa.

Una commedia che suo malgrado ci fa ridere perché piena di atrocità e di strani rapporti, dove l’amore non è amore ma interesse, dove la finzione è uno dei primi ingredienti già dopo due pagine di testo; insomma una sfida complessa che ci ha portato a scegliere il gioco elisabettiano del travestimento, perché in fondo i rapporti sono così falsati, cosi

poco naturali che solo una stranezza quasi animalesca poteva rendere bene l’idea di cuori “selvatici”, appunto da addomesticare. Ma siamo certi che sia solo il cuore di Caterina, la bisbetica, a dover essere domato?

Note di regia

Dunque, che cos’è The Taming of the Shrew? É innanzitutto, credo, un esperimento sul potere manipolatorio della parola. Shakespeare comincia a mostrarci il fascino e la terribilità del linguaggio, il suo potere di cambiare la realtà. Il privilegio di affrontare una delle sue prime commedie mi ha dato modo di osservare il genio che si allena, che verifica

e prova a giocare i primi “match” della sua arte, che ne verifica i confini.

Quale parola preferiamo? Quella vitale ma indomabile e fuori dalla società dell’indiavolata Caterina o quella trasformata, terribile ma potente della sua sottomissione? A questa domanda la risposta pare essere facile. Eppure,bisogna guardare Petruccio e le sue strategie, guardare Tranio e le sue manovre e sentirsi presi e affascinati da essi; allora sarà

più difficile decidere, sia che siamo donna o uomo, giovane o vecchio. La lingua è magica. La sua ambiguità lavoradentro di noi. Non si può far altro che star davanti al signor Shakespeare che affina i suoi strumenti, goderne e tremarecon lui dei suoi azzardi.

Sono entrato dentro il testo, grazie alla traduzione di Angela Demattè, cercando di esplorare le relazioni tra tutti i personaggi, muovendomi dentro l’intreccio delle storie per cercare di far emergere in primis la trama e poi il pensiero dei personaggi e di Shakespeare. In sostanza, per mettere in scena questo autore, per capirne i pensieri, non si può che appoggiarsi alle parole del testo, farle diventare vita e azione in palcoscenico. E come sono queste parole? Le parole finali di Caterina sono terribili. L’ordine che propone insopportabile. Eppure, suscitano un fascino ambiguo. Star davanti alla società umana, che è vita e dilemma, che può precipitare nel caos, può essere molto problematico. Il genio

di Shakespeare ci fa sentire la tentazione di un ordine assoluto, definitivo. Il potere della parola coercitiva, anche se irragionevole. Petruccio, sempre con la parola, ci rende partecipi della sua soddisfazione. Ecco che Caterina cede, si sottomette. Impara a non compromettere più la parola con la vita, con le emozioni e i sentimenti. Impara ad usarlacome arma, strumento di potere e coercizione. E così riporta l’ordine dentro una società che ha perso forza perché ha perso la sacralità della parola.

Una donna, Caterina, che per avere un posto nella società si fa uomo, parla come un uomo di potere, con dolore si sottomette per diventare la regina della casa. È un’astuzia terribile e amara, piena di una finta rivalsa, la cui eco arriva fino ad oggi. Andrea Chiodi

dal 27 al 31 marzo 2019   dal martedì al sabato  h 21 – domenica h 18 (teatro)

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello Roma

ABITARE LA BATTAGLIA

(CONSEGUENZE DEL MACBETH)

drammaturga Elettra Capuano

regia Pierpaolo Sepe

con Federico Antonello, Marco Celli, Paolo Faroni, Noemi Francesca, Biagio Musella Vincenzo Paolicelli, Alessandro Ienzi

movimenti di scena Valia La Rocca, costumi Alessandro Lai

luci Marco Ghidelli, elementi di scena Cristina Gasparrini

La nascita del male, il suo insinuarsi nell’animo umano ed il conseguente controllo della volontà, determina il più feroce e inammissibile conflitto che la coscienza debba sopportare. È questo l’avvio del Macbeth, è questo il campo di battaglia. Quello che avviene una volta che le forze si schierano sul campo tuttavia, stupisce. Quasi che lo stesso Shakespeare ci stesse incitando non a patteggiare per l’uno o l’altro schieramento, ma a gioire del massacro in sé, dello smembramento dei corpi, a trovare piacere nello sgorgare a fiotti del sangue. Non una sconfessione del peccato, ma un godimento di esso. Il luogo in cui si svolge questa battaglia è uno spazio vuoto, una brughiera troppo lontana da Dio perché i suoi echi possano raggiungerci. Il riparo da questo sguardo divino ci offre un’orribile

scoperta: il punto cieco di Dio coincide con la nascita di un altro tipo di sguardo, quello osceno del voyeur.

Dopotutto, il punto di vista scespiriano attinge da quello della tragedia greca, dove la messa in scena di passioni che sconfinano nel male e nella violenza servono a produrre quella che veniva chiamata “catarsi” ovvero “purificazione” e che Aristotele indica come la liberazione dalle passioni tramite la visione della tragedia. Che sia proprio il voyeurismo delle passioni che il teatro ci mostra senza filtri morali a liberarcene? Shakespeare ne era conscio: in nessuna delle sue opere c’è mai giudizio (come nella tragedia greca) bensì rappresentazione della passione e di tutti i conflitti che ne derivano. In Macbeth, però, questa rappresentazione è più feroce che altrove e il gioco forse si ribalta del tutto: e se la liberazione non esistesse realmente? Se la liberazione fosse abbracciare la corruzione della

mente e dell’animo, anziché allontanarsene, in uno slancio vitale che travolge tutto? Come se vivere le proprie passioni volesse dire aprire un gorgo infernale che risucchia ogni cosa e sul cui fondo si scopre che “La vita non è un’ombra che passa, la recita di un oscuro attore che si pavoneggia e si affanna sulla scena”; verità banale di per sé (chi non sa che si deve morire e che la vita è vana?) se non fosse che abbiamo visto Macbeth – e non solo lui – dannarsi l’anima per conseguire un fine che pareva essere più edificante.

Come se, realmente, la vita potesse essere altro e non solo quest’ombra che passa.

Non a caso gli attori sulla scena verranno chiamati a un forte dispendio fisico, a un affanno del corpo teso a sottolineare che, pur sapendo che la vita si risolve in un passaggio fugace, l’uomo si opera per segnare il suo tempo, per incidere il suo nome da qualche parte: da qui l’ambizione, il desiderio di immortalità che il potere sembra concedere, la sete di avere di più di quel che si ha nell’illusione che questo migliori l’esito della recita oscura.

Tutto questo affanno e desiderio si incarna nelle streghe, che raccontano la parte profonda di questo moto interiore e che, nello spettacolo, si moltiplicano in più Macbeth e Lady Macbeth per ricordare che nessuno è esente da questa pulsione e che tutti possiamo diventare o l’uno o l’altra. La moltiplicazione coinvolge quindi anche il pubblico: così come tutti gli attori possono tramutarsi in questi alfieri del male, così lo spettatore è costretto, dalle streghe, a chiedersi: “E Io? Non abito forse anche io la battaglia?”

dal 2 al 7 aprile 2019 dal martedì al sabato h 21 – domenica h 18  (teatro)

Teatro Metastasio di Prato

IL PIACERE DELL’ONESTÀ

di Luigi Pirandello

regia Alessandro Averone
con 
Alessandro Averone, Alessia Giangiuliani, Laura Mazzi, Marco Quaglia

Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro 
scene 
Alberto Favretto, costumi Marzia Paparini, luci Luca Bronzo
musiche a cura di 
Mimosa Campironi, assistente alla regia Antonio Tintis
in collaborazione con 
Knuk Company

Dopo aver messo in scena Così è se vi pare, l’attore e regista Alessandro Averone torna a Pirandello con Il piacere dell’onestà.

Come Così è se vi pareIl piacere dell’onestà è uno dei testi più grotteschi di Pirandello, nel quale con straordinaria maestria attraverso il meccanismo del paradosso l’autore mette in risalto le tematiche che gli sono care.


Angelo Baldovino, malvisto dalla società in cui vive a causa del suo passato costellato di imbrogli dovuti al vizio del gioco, su invito di un vecchio compagno di scuola, accetta di unirsi in matrimonio ad Agata, una giovane donna che aspetta un bambino da un nobile ammogliato, il marchese Fabio Colli. Un matrimonio, insomma, che deve creare l’apparenza della rispettabilità ed evitare lo scandalo. Baldovino, con questa scelta, vuole farsi vendetta contro la società che “nega ogni credito alla mia firma”, cercando di apparire onesto all’interno di una lucida finzione in un mondo che non rende affatto facile esserlo. L’apparenza di onestà che gli viene richiesta spinge via via Angelo a comportarsi in modo spietatamente sincero mentre tutti gli altri attorno a lui faranno sempre più difficoltà a restare ‘in parte’. Solo la giovane Agata ne coglie il senso profondo, nutrendo per Baldovino una specie d’amore. Così quello che è nato come un inganno sociale si trasforma nell’unione vera di due esseri.

Ci muoviamo costantemente circondati da immagini – racconta Alessandro Averone – infinite immagini di come gli altri ci appaiono, di come noi appariamo a noi stessi e al mondo che ci circonda. Immagini di come vorremmo essere percepiti, di come gli altri vorrebbero essere visti da noi. Forme, involucri a cui l’uomo si aggrappa disperatamente per ancorarsi ad un senso del proprio essere. Il dibattersi grottesco dell’essere umano nel tentativo di rinchiudere la sostanza della propria persona in una forma riconoscibile che ne sancisca una verità. Non importa come e non importa a che prezzo.
Fosse anche la limpida e chiara onestà di una menzogna costruita a tavolino, di comune accordo. Per sopravvivere. Con la consueta causticità e maestria delle dinamiche teatrali Pirandello ci accompagna all’interno di un salotto borghese. Luogo principe dell’ipocrisia e dell’immagine, e ci mostra con un limpido paradosso la drammatica e ridicola difficoltà di essere radicalmente e compiutamente se stessi.

dal 9 al 14 aprile 2019  dal martedì al sabato h 21  domenica h 18 (teatro)  

Compagnia Umberto Orsini

MONICA GUERRITORE in

GIOVANNA D’ARCO

scritto e diretto da Monica Guerritore

video proiezioni a cura di Enrico Zaccheo

progetto luci Pietro Sperduti

capo elettricista Marco Marcucci

in collaborazione con PARMACONCERTI

“A 10 anni di distanza sferzo il mio corpo e il mio cuore perché restituiscano

ancora una volta sul palcoscenico la forza immensa del suo coraggio. Quello

di cui noi tutti abbiamo bisogno.Monica Guerritore

“Una donna non muore se da un’altra parte un’altra donna riprende il suo

respiro” H. Cixous

Monica Guerritore, tornerà ad avere la corta zazzera bionda, il corpo scattante e muscolosissimo nell’armatura di Giovanna D’ Arco, spettacolo di cui è interprete, regista e autrice: «La sua forza» dice l’attrice «trascende la sua appartenenza al genere femminile. La sua passione è universale e travalica iltempo, la sua idea di libertà è eterna».

E Giovanna rivive nella nostra epoca, compagna di ribellione e speranza di Che Guevara, del giovane cinese che a piazza Tien An Men ferma col suo corpo un carro armato, di uomini e donne ‘forti della forza’ che viene dall’istinto di libertà.

Le proiezioni che accompagnano tutto lo spettacolo mostrano i volti terribili dei giudici del film di Dreyer, presenti e giudicanti contrapporsi al sogno di MartinLuther King e testimoniano come si levino alte in ogni tempo le voci contro il Potere’. La partitura musicale, di grande importanza, accosta nella massima libertà i “Carmina Burana” di Orff, all’Adagio per Archi di Barber, i Queen a Tom Waits, creando quella risonanza emotiva che permette di accompagnareGiovanna alla sua morte senza rimanerne distanti.

Dimenticando l’immagine tramandata, Giovanna è viva attraverso gli Atti del Processo, visionaria e poetica nei versi di Maria Luisa Spaziani, reale nelracconto di Cardini e sarà il De Immenso, che Giordano Bruno scrive prima di essere messo a morte , a dare parole alla sua “ chiamata “. ..lei che incarna la perfetta fusione di Corpo- Mente-Anima” che lui stesso aveva preconizzato. Un parallelo tra due destini.Tra due intuizioni.

“Dio è in me” si ostina a gridare Giovanna davanti ai giudici. Ed è la sua morte.

Ma non la sua fine. Il cuore di Giovanna non aveva ragioni, ma forze. Forze e passioni che sole cambiano la realtà.

dal 15 al 18 aprile 2019 h 21 (prosa)

CSS Udine

SE NON SPORCA IL MIO PAVIMENTO – UN MÈLO

regia Giuliano Scarpinato

drammaturgia Giuliano Scarpinato, Gioia Salvatori

con Michele Degirolamo, Francesca Turrini, Ciro Masella (in sostituzione)

in video Beatrice Schiros

scene Diana Ciufo

video proiezioni Daniele Salaris, luci Danilo Facco, costumi Giovanna Stinga

una produzione Wanderlust Teatro/ CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

in collaborazione con Teatro di Rifredi, Corsia OF – Centro di Creazione Contemporanea,

Industria Scenica, Angelo Mai Altrove Occupato

progetto vincitore “Odiolestate” – residenza produttiva Carrozzerie / n.o.t Roma

Una donna-bambina di mezza età che vive in casa con gli anziani genitori e sogna Antibes, un adolescente dalle 12 diverse identità facebookiane, un parrucchiere di 54 anni dalla personalità labile. Sono i protagonisti di un recente caso di cronaca nera italiana: l’assassinio di Gloria Rosboch, insegnante di sostegno 49enne sparita nel nulla

a Castellamonte il 13 gennaio 2016, e tempo dopo ritrovata morta, strangolata dall’ex allievo Gabriele Defilippi e dal suo amante e complice Roberto Obert.

Una vicenda dal plot degno di un melò di Fassbinder, dentro la quale si incarnano due grandi archetipi del mito: Eco e Narciso. La storia della ninfa dannata da Afrodite ad amare non corrisposta fino alla consunzione delle carni e del giovinetto perdutamente innamorato della propria immagine riflessa nell’acqua è scolpita nelle parole delle Metamorfosi di Ovidio, quello che Vittorio Sermonti definisce “il poema dell’adolescenza”: “(…) le Metamorfosi

di Ovidio sono proprio il poema dell’adolescenza come esperienza della labilità e vulnerabilità dell’identità, mentre il tuo corpo non fa che cambiare, che cambiare te stesso sotto i tuoi stessi occhi. E tu non sai più chi sei. Vorresti amarti di più, ma non sai chi dovrebbe amare e chi vorrebbe essere amato. E senti il tremore della “inespugnabile solitudine” che punisce ogni bellezza, che ogni bellezza si merita.”

Se non sporca il mio pavimento nasce proprio dal corto circuito tra la cronaca e il mito: è il racconto di un incastro nel limbo dell’adolescenza, dove le identità si offuscano, si distorcono, tardano a sbocciare, dove l’individuo diventa trappola per topi di sé stesso e dell’altro. Modalità di racconto: corpo, parola, immagine Il racconto sarà affidato al corpo vivo e alla parola degli attori, ma anche ad un terzo elemento in grado di amplificare e moltiplicare, il video. È proprio l’immagine proiettata di sé una dei grandi protagonisti del caso Rosboch: basti pensare ai 13 profili facebook di Gabriele Defilippi, ora giovane macho con barbetta e rayban, ora ragazzina con i capelli ossigenati, il trucco pesante e gli abiti striminziti, ora emo malinconico e dark. Tutto è possibile sui liquidi facebook, twitter ,instagram, tutto è modificabile, anche il tempo può tornare indietro; ma il contatto reale con ciò che davvero è, esiste e respira come fatto ineludibile, può diventare un evento, una deflagrazione, qualcosa in cui si può stare scomodi, a disagio.

Si porterà sulla scena l’intermittenza tra realtà della carne e trasparenza del mondo virtuale, affiancando agli attori la proiezione video: strumento perfetto per riprodurre l’invasività di social e moltiplicatori virtuali, ma anche per tradurre in immagini le fantasie, i sogni degli “adulti a metà” protagonisti di questa storia. E ancora, per traghettare il mito ovidiano di Eco e Narciso, che sempre aleggerà su questo racconto di provincia.

Giuliano Scarpinato

25 aprile 2019 h 21 (musica)

Calendario Civile Circolo Gianni Bosio

MIRA LA RONDONDELLA Musica, storia e storie dai Castelli Romani

ideazione di Alessandro Portelli e Costanza Calabretta

con  Nicola Sorrenti e Matilde D’Accardi (Duo U-Combo)

Sara Modigliani, voce

Gabriele Modigliani e Massimo Lella, chitarre

Roberta Bartoletti, organetto

Lo spettacolo mette in scena un racconto corale dei Castelli Romani, da fine Ottocento al secondo dopoguerra, fra occupazioni di terre, antifascismo e Resistenza, intrecciando letture e canti sociali. Esito di una quarantennale ricerca sul campo curata da Alessandro Portelli che ha interessato Albano, Ariccia, Genzano, Lanuvio, Lariano, Marino, Rocca di Papa e Velletri, toccando anche Frascati e Grottaferrata, lo spettacolo ricostruisce una memoria storica e una cultura musicale forgiate dalla vicinanza con Roma e dal rapporto con la terra, nell’originale intreccio di cultura contadina ed echi urbani.

28 aprile, 21 e 26 maggio 2019 h.21 (nuova comicità)

produzione Baracca Vicidomini

in collaborazione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

FAUNO

di e con Nicola Vicidomini 

e con Saro Zero

musiche Piero Umiliani

collaborazione ai testi Gennaro Di Maio

sensori scenici Luca Buoninfante e Claudio Attonito

regia Nicola Vicidomini

produzione Baracca Vicidomini in collaborazione con La Fabbrica dell’Attore  

In seguito al successo di Scapezzo e Veni Vici Domini, il più grande comico morente torna al Vascello con l‘attesissimo Fauno, che segna una radicale evoluzione linguistica rispetto ai precedenti spettacoli. Lo show, completamente inedito, è assimilabile a una possessione visionaria, autentico attentato all’uomo con il retaggio strutturale delle sue narrazioni, oscena apparizione di un Satiro gambe caprine e zoccoli, puro sberleffo alla dittatura del senso. Per Vicidomini «La comicità non è un riflesso del sociale, è manifestazione indecente, dionisiaca e amorale che sconquassa l’ordine proiettato dall’uomo sulle cose, (…) un cortocircuito tra quel caos meraviglioso che è la natura e il senso che la razza umana gli ha arbitrariamente proiettato». Il Fauno si rigenera, cantando il fallimento dell’esistente, le risate del pubblico che vi assiste sono inconscia demolizione dell’io e di tutta la storia, recupero di un respiro divino e onnipotente. Novità assoluta in Fauno l’interazione con un habitat acustico, aspetto decisamente inedito per uno spettacolo comico. Vicidomini, interagendo con un flusso di suoni e musica, opererà in simbiosi con esclusivi utensili scenici e protesi da sensori a pressione incorporati che produrranno contributi audio. Le musiche inedite sono composte e arrangiate dal Maestro Piero Umiliani, tra i maggiori musicisti italiani di tutti i tempi. In scena anche il performer Saro Zero.

Amata da tanti addetti ai lavori e da un pubblico prevalentemente popolare, l’opera di Vicidomini rappresenta una garanzia di divertimento estremo nel rigenerare la grande tradizione dell’umorismo europeo dall’omologazione linguistica imperante. Per lo scrittore e intellettuale Fulvio Abbate «nella nazionale dei grandi del teatro ci saranno Antonin Artaud, Bene Carmelo e Vicidomini Nicola e litigheranno tra di loro». Per Cosimo Cinieri «lui non fa l’attore, è il teatro, inventa il corpo, la voce, gli occhi, tutto». Per Marco Giusti «è assolutamente imperdibile». Per Nino Frassica – con cui Vicidomini ha condiviso veri e propri assalti televisivi e radiofonici (non ultimi quelli di Programmone su Radio 2, del quale è presenza fissa) – «unico e originalissimo, continua a meravigliare e far godere chi lo va a vedere».

7 maggio 2019 h 21 (musica)  

Labirinto Vocale 

STIMMUNG

di Karl Heinz Stockhausen

per sestetto vocale – dedicato a Mary Bauermeister

Ensemble Labirinto Vocale

cantanti Chiara Chizzoni, Claudia di Carlo, Patrizia Polia, Carlo Putelli, Davide

Malvestio, Giuliano Mazzini

1.Variation mit und über den Tristanakkord

2. Ricordando

3. blessed out of existence

4. pst piano

5. H-moll Collage

in collaborazione con la facoltà di Lettere- Musicologia dellaUniversità di Roma – La Sapienza

Corpi, respiri, vibrazioni, vocalizzazioni, suoni. Silenzi.

Durezza, sensualità, magia, dissacrazione, spiritualità. Tutto questo concentrato in poco più di un’ora, in un movimento centripeto chiuso dentro un circolo liturgico composto di sei corpi, sei respiri, sei vibrazioni. Punto focale di tale movimento armonico è un solo accordo: un SI bemolle su cui è costruita l’intera architettura sonora. Questo è Stimmung, l’opera di uno dei compositori più influenti della storia della musica contemporanea, Karlheinz Stockhausen.

Stimmung (composto nel 1968) è la creazione di una atmosfera, la produzione di uno stato d’animo che non lascia indifferente lo spettatore ma lo costringe, suo malgrado, ad una evidente percezione della complessità armoniosa di un semplice suono. Il suono della voce che fuoriesce dal corpo. Il corpo che risulta essere

nient’altro che la cassa armonica di uno stato d’animo. E questo concerto a sei voci non può aver lasciato gli uditori esclusi dall’architettura, precisa ed al medesimo tempo esilarante, di questo stato di cose, poiché questo universo è ancestralmente parte del patrimonio esistenziale dell’essere umano.

Ecco, allora, che fin dalle prime note, al primo suono emesso, l’ascoltatore è catapultato inconsciamente in un universo particolare, orientaleggiante se si vuole, ma tanto lontano dall’abitudinario quanto prossimo al sentire condiviso. Entra qui in gioco qualcosa sì di musicale, ma allo stesso tempo di psicologico, di fisico, di carnale. È un equilibrio irrazionale che mette l’ascoltatore in comunicazione con qualcosa che non conosce ma sente proprio. Stimmung sembra davvero raccogliere in sé qualcosa di magico, di fortemente spirituale. Non è un caso infatti che in quest’opera i cantanti evocano ripetutamente i nomi di divinità di differenti credenze, come quella indù, quella azteca ma anche quella musulmana. Stimmung avvolge così lo spettatore in un potente nucleo mistico

e mentale allo stesso. Lo spettatore è rapito in un movimento seriale e costante che cresce e decresce come fosse un mantra, e lo rapisce, lo esalta e lo diverte evocando divinità e mondi lontani, esultanti alleluia e trascendentali meditazioni, intrecciando musica tonale e musica seriale. In poche parole, Stimmung di Karlheinz Stockhausen messo in scena da

Voxnova Italia per Romaeuropa Festival 2015 ha creato una vera e propria atmosfera di sala, donando ai presenti uno stato d’animo corporeo e allo stesso mentale, riabbracciando un universo particolare, incerto e solitamente lontano.

2-3-4-5 maggio2019 (teatro, musica, cinema, arte culinaria e arte cinese in Italia)

FESTIVAL CINESE

focus sulla cultura cinese in Italia in collaborazione con Istituto Confucio di Roma

2 maggio 2019 h 21 (teatro)  

FESTIVAL CINESE

produzione Teatraz in collaborazione con Istituto Confucio di Roma

TE LA DO IO LA CINA

Di e con  Sergio Basso

Oggi ci dicono tutti che la Cina sarà il futuro.

A volte il futuro spaventa un po’.

Allora ecco uno spettacolo per iniziare a viaggiare dalla poltrona del teatro e scoprire un pezzettino di questo mondo che sembra lontano ed invece è a portata di mano. Sergio Basso ci condurrà per mano in un viaggio di un’ora che parte da un oroscopo (cinese, ovviamente) prosegue per i cartoni animati dei giorni nostri, e passa per i quaderni dei bambini degli anni Sessanta, a come si fa un vaso, ai gestacci del Buddha, ai casinò di Macao, ad evasori fiscali nell’Impero di Mezzo del 1300, a principi eredi ritiratisi in convento per sfuggire faide sanguinarie, agli arcieri mongoli e ai loro levrieri, ad enigmi nascosti nei dipinti, per tornare al sorriso di una statuetta del II d.C.

Ogni opera d’arte è la chiave d’un cassetto.

Ogni cassetto un pezzettino di Cina.

E alla fine magari busseremo alla porta del nostro vicino di casa cinese per offrirgli una fetta di torta e parlargli un po’.

La giornata del 2 maggio in apertura della rassegna ci sarà la presentazione degli artisti che esporranno le loro opere, con degustazioni dei prodotti tipici della cucina cinese.

3 maggio 2019 h. 21 (musica)  

FESTIVAL CINESE

CONCERTO  PER GUZHENG  

4-5 maggio 2019 sabato h 21 e domenica h 18 (teatro)  

FESTIVAL CINESE

produzione Teatraz in collaborazione con Istituto Confucio di Roma

CESSI PUBBLICI

regia e traduzione Sergio Basso
con 
Lidia Castella, Cristina Castigliola, Federico Dilirio, Eva Martucci, Francesco Meola, Elena Nico, Matthieu Pastore, Alessandra Raichi

acting coach Karina Arutyunyan, assistente alla regia Lucia Messina

scenografia Federica Pellati, direzione cori Camilla Barbarito

Spesso si ha paura della Cina: un Paese troppo lontano da noi.

Appunto, la domanda da cui sono partito per lavorare con gli attori e per dare vita allo spettacolo è stata: “Come possiamo riportare la quotidianità della vita cinese al pubblico occidentale?” Di questo testo di Guo Shixing, ho capito che mi interessava molto di più l’universalità piuttosto che l’esotismo della location.

Quando mettiamo in scena un testo francese o americano, non ci poniamo il problema dell’esotismo di quel testo, della sua alterità. Ci concentriamo sui contenuti e ci preoccupiamo di traslarli alla nostra cultura, se e proprio perché il messaggio del drammaturgo è urgente. Credo che sia arrivata ora di finirla con l’esotismo sulla Cina.

Basta con questa Cina da museo. A me interessa cosa hanno da dire oggi i narratori cinesi. E il teatro di Guo Shixing è una lama.

Okay, abbiamo puntato su alcuni – pochi – elementi che richiamano quella cultura: i  fusti di bambù, che fanno capolino con le funzioni più varie; i cappelli dell’esercito dei primi anni Settanta; le marionette tradizionali.

Ma il resto è l’avventura di seguire sudore di attori che raccontano una storia potente.

Quello che mi attira in questo testo, e che lo rende così struggente, e assieme così universale, è la metafora del passare del tempo, raccontata attraverso un luogo certamente inusuale, come un vespasiano.

Un cesso pubblico come luogo della memoria, come luogo dove fare i conti con i propri fantasmi, al punto che il protagonista – che del cesso pubblico è il gestore – vi viene assalito dalle proprie colpe in un delirio allucinatorio.

Sono tematiche care alla drammaturgia cinese, che la accostano prepotentemente a filoni tipici anche del teatro europeo: penso a Calderón de la Barca de La vita è sogno, a Cechov e al suo Giardino dei Ciliegi. Ecco perché è in questa direzione che voglio lavorare per avvicinare il testo al pubblico italiano.

Mi affascina, dicevo, la metafora del passare del tempo, dello scorrere sfuggente delle responsabilità e del loro rumore alle nostre spalle.

La Cina non ha conosciuto la nostra crisi, che lacera le nostre giovani generazioni dal 2008. Ma la società cinese comunque è oggi spaccata in due: la vecchia generazione formata agli ideali confuciani, di sobrietà e rispetto reciproco, e i giovani rampanti che idolatrano il dio denaro e bruciano tutto sull’altare dell’ambizione. È un po’ come un treno in corsa su cui il macchinista ha dimenticato dove stiano i freni.

Del resto, anche la nostra Italia ha subito cambiamenti abissali dalla metà degli anni Settanta ad oggi, e questi cambiamenti hanno inciso cicatrici su di noi.

Sono convinto che questo parallelismo tra i trascorsi di Cina e Italia possa risuonare nell’anima dello spettatore italiano, ed è su questo che voglio lavorare nell’allestimento.

Il testo

L’ultima creazione di Guo Shixing è Cesuo, Bagni pubblici, allestito al Teatro Sperimentale di Pechino nel 2004. L’evoluzione della Pechino nella seconda metà del Novecento è raccontata impietosamente attraverso un cesso pubblico, il suo custode, i frequentatori del quartiere: chi fa carriera, chi si arrampica socialmente, chi naufraga nonostante tutte le buone intenzioni, chi si perde e chi si reinventa. Chi svende i propri sogni e chi resiste, spezzandosi. Uomini e donne. Dagli anni Settanta ai giorni nostri. Dalla rivoluzione culturale al Grande Decollo Economico.

Il tutto in soli tre giorni: uno nel 1975, uno nel 1985, uno nel 1995.

Il copione è inedito in Occidente; la traduzione dal cinese è del regista Sergio Basso.

L’autore

Guo Shixing è uno dei più grandi drammaturghi cinesi.

Negli anni Novanta ha concepito la trilogia Niaoren, Yuren, Qiren [“Uomini-uccello”, “Uomini-pesce”, “Uomini-scacco”. In tre pièces affronta tre hobbies dei pechinesi: portare i canarini al parco, andare a pesca, giocare a scacchi nei crocicchi.

Tre passioni, folk loriche, icastiche, che sconfinano rapidamente nell’ossessione. Ed ecco che esaminare un passatempo diventa l’occasione di raccontare la società cinese contemporanea e le sue idiosincrasie.

Perché presenta in maniera icastica una realtà, quella cinese, sempre più presente nel nostro orizzonte quotidiano.

Perché sebbene parli di una realtà specifica, le sue parabole sull’essere umano riescono a essere universali. Sembra un Aristofane moderno venuto dall’Oriente.

La Cina si guarda allo specchio in questo testo che ricorda la malinconia de Il campiello di Goldoni e la danza drammaturgica de Il girotondo di Schnitzler, e che alla fine si rivela un’immane metafora della crisi economica e sociale contemporanea, del bivio tra collettività ed individualismo.

E ha qualcosa da dire anche a noi all’Occidente.

Il regista

Sergio Basso, regista teatrale e cinematografico, sinologo, si dedica da anni all’interazione culturale tra Cina ed Italia.

Suo il documentario sulla comunità cinese di Milano, Giallo a Milano.

I suoi film sono stati premiati in diversi festival internazionali: Locarno, Annecy, Nyon, Beijing, Torino, Mosca, Rio de Janeiro, Toronto.

Nel 2014 ha girato un documentario in cinese su Guangwudi, il più grande imperatore cinese del I d.C, per il prime time della televisione cinese di stato, CCTV.

Nel 2016 è stato richiamato in Cina da BeijingTV, per girare il nuovo documentario – per l’uscita cinematografica – sull’ottantesimo anniversario della Lunga Marcia.

Il suo ultimo film, Amori elementari, con Cristiana Capotondi, è una co-produzione italo-russa uscita al cinema in diversi Paesi, dal Canada all’Australia, e premiata a vari festival internazionali.

5 maggio 2019 domenica h 21  (cinema)  

FESTIVAL CINESE

GIALLO A MILANO

Regia di Sergio Basso.

Un film con Wen Zhang, Jessica Pattuglio, Cristiano Pattuglio, David Chao, Wu Xiaoyun. Genere DocumentarioItalia, 2009, durata 75 minuti.

6 maggio 2019 h 21 (teatro)

Francesca Benedetti in

UN CHANT D ‘AMOUR – OMAGGIO A JEAN GENET

Installazione sonora dal vivo David Barittoni.

Regia Marco Carniti.

Frammenti di teatro / vita del grande drammaturgo in rapporto al nostro contemporaneo compongono un mosaico vocale e musicale sul senso politico e poetico di un uomo senza patria. Un ‘Canto’ per voce sola femminile in omaggio a un poeta rivoluzionario , ribelle e apolide che con il suo esempio disegna una nuova etica contemporanea .

9-10 maggio 2019 giovedì e venerdì h 21 (teatro e musica)

Compagnia Diritto & Rovescio

IL SOGNO DI BORGES

da Il Libro di sabbia e Finzioni di Jorge Luis Borges

cura registica Teresa Pedroni

voce recitante Massimo Popolizio

musiche eseguite dal vivo da Javier Girottto

aiuto regia Elena Stabile, assistente alla regia Pamela Parafioriti

lightdesigner Luigi Ascione

La letteratura come spettacolo.

Massimo Popolizio e Javier Girotto interpretano i racconti metafisici di un gigante della letteratura latino-americana. “Il sogno di Borges” è un breve viaggio con Massimo Popolizio tra alcuni tra i più emblematici racconti di Borges, accompagnatodall’evocazione del tango rivisitato e reinventato da Javier Girotto. Una riscrittura, attraverso la voce e la musica, eseguita da due interpreti straordinari, una rilettura delle pagine del libro infinito di un grande mago del fantastico come Borges, un volo nel mondo del barocco. Con Borges attraversiamo la misteriosa e illimitata area del “sonno dell’uomo che sogna”, colti dalla netta sensazione che la creazione attraverso il sogno sia un processo potenzialmente infinito dove l’esistenza stessa viene messa in dubbio. Cosi questo autore trascina l’ascoltatore in un mondo magico dai contorni indefiniti, costringendolo a porsi delle domande che non possono trovare risposta, almeno non in questo mondo e in questo tempo che ci è riservato di conoscere. La scrittura borghesiana è poesia allo stato puro, suscita incanto, stupore, ci si addentra in una fantasmagoria barocca di visioni, in un moltiplicarsi di espressioni, un

indefinito fluire del tempo e della memoria, ove erriamo sperdendoci in meandri labirintici, regno di specchi e falsi piani. E’ una prosa musicale, un avvicendarsi di ritmi, dall’adagio al prestissimo, adattissima a essere recitata e a trasformarsiattraverso il musicista che la esegue. Tra le gemme contenute in “Finzioni”, troviamo il celeberrimo “Le rovine circolari” e ne “Il Libro di Sabbia”, il vertiginosoracconto “Il libro di sabbia” e altri magici accessi a un immaginario mondo misterioso e seduttivo in continuo mutamento.

12 maggio 2019 (musica) domenica h 18

Calendario Civile Circo Gianni Bosio

INTRODUZIONE DEL DIVORZIO

spettacolo di canti e letture da Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini

con L’Albero della libertà

con Mauro Geraci voce e chitarra, Sara Modiglianivoce, Gabriele Modigliani chitarra, Stefano Pogelliconcertina, cornamusa, ghironda, mandola, mandolino, Gavina Saba chitarra, ukulele e voce, Livia Tedeschini Lalli voce e Laura Zanacchi voce

Nella ricorrenza della vittoria delle forze progressiste per il referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, lo spettacolo dell’Albero della libertà propone una riflessione con le parole dei Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini e la musica che, a volte con toni ironici, altre volte drammatici, prende spunto da come alcuni cantautori hanno raccontato l’amore e il rapporto di coppia, tra gli altri Gualtiero Bertelli, Fabrizio De André, Georges Brassens. Dalla tradizione italiana e anglo-americana arrivano invece le ballate (La Cecilia, Il testamento dell’avvelenato, Barbara Allen, Matty Groves) sul tema  purtroppo ancora di drammatica attualità della gelosia, che spesso sfocia in tragedie, del sopruso e del ricatto nei confronti delle donne, degli amori infelici. Fino ad arrivare alle storie d’amore e di sangue della tradizione siciliana, dalla tragica vicenda della Baronessa di Carini alle “fuitine” e ai delitti d’onore degli anni Cinquanta e Sessanta.

dal 14 al 19 maggio 2019 dal martedì al sabato h 21 – domenica h 18  (danza)

Compagnia Enzo Cosimi

ODE ALLA BELLEZZA     TRE CREAZIONI SULLA DIVERSITÀ

14 e 15 maggio 2019 (danza) HOMELESS

16 e 17 maggio 2019 (danza) sala studio CORPUS HOMINIS

18 e 19 maggio 2019 (danza) I LOVE MY SISTER

ODE ALLA BELLEZZA, tre creazioni sulla diversità, propone una riflessione su figure emarginate nella società contemporanea. La caratteristica è quella di coinvolgere nel lavoro persone appartenenti a delle minoranze o interpreti non professionisti, rendendole protagoniste. Gli allestimenti sono pensati per spazi non prettamente teatrali.

Nel 2015, è stata presentata, in co-produzione con Cagliari Capitale Italiana della Cultura, la prima tappa del progetto, LA BELLEZZA TI STUPIRA’ che ha coinvolto venti homeless, in un lavoro creativo sul territorio, in collaborazione con la Caritas cagliaritana. Nel 2016 è stata la volta di CORPUS HOMINIS, sul rapporto tra la vita/esistenza di omosessuali anziani e la contemporaneità. Il percorso è stato facilitato dagli incontri curati dal Cassero di Bologna e dal Circolo Mario Mieli di Roma. Entrambi i lavori sono passati attraverso interviste video o audio che hanno portato una bruciante testimonianza delle scelte di vita delle persone coinvolte. Il nuovo lavoro con cui Cosimi vuole portare a compimento la Trilogia e che debutterà a fine ottobre 2018, sarà I LOVE MY SISTER. Cosimi vuole indagare quel processo identitario che costituisce oggi un fenomeno sempre più posto all’attenzione della cultura contemporanea, ormai non disposto a rimanere silenzioso. Una tematica ancora per certi versi scabrosa, una ricerca che approda ad un segno spettacolare multidisciplinare nell’intento di svelare, di esplorare, una complessa dimensione che riunisce miti, antichi archetipi sessuali e recenti artifici virtuali che da sempre affascinano l’essere umano. Un’indagine sulla transessualità dei corpi che reinventano il loro abitare lo spazio fisico, urbano e sociale e che pagano lo scotto di un’invisibilità inflitta che relega ai margini le loro storie, a maggior ragione quando queste storie riguardano persone in transito FtoM, ovvero transessuali dal femminile al maschile.

HOMELESS  LA BELLEZZA TI STUPIRA’

Performance/Installazione

regia, video, coreografia Enzo Cosimi

costumi Fabio Quaranta

disegno luci Gianni Staropoli

disegno luci – Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015 – Loic Hamelin

violoncello Flavia Passigli

con la partecipazione dei cittadini

organizzazione Anita Bartolini

coproduzione MIBACT, Cagliari Capitale Italiana della Cultura 2015

La creazione, di natura coreografica/performativa e installativa, nasce da una indagine e riflessione sui temi della marginalità sociale, sulla figura dell’homeless e sulla sua regale solitudine nella società contemporanea. Il lavoro, sviluppatosi attraverso studi precedenti, è realizzato in collaborazione con Associazioni di persone senza fissa dimora, un mondo sotterraneo, abitato da figure borderline che scelgono o si trovano a vivere drammaticamente ai bordi della società odierna. L’esperienza di vita degli homeless rappresenta il fulcro drammaturgico del lavoro, ispirato dall’opera di Joseph Beuys. Il progetto vede la collaborazione per i costumi del fashion designer Fabio Quaranta, tra i più interessanti

e innovativi stilisti del design contemporaneo. Una sfilata visionaria, video ritratti di persone senza fissa dimora nei loro luoghi di vita, diventano un tableau vivant, un unico piano sequenza che prende le sembianze di un racconto fiabesco immerso in un’inquietudine sospesa e rarefatta. In questo modo, la sensibilità contemporanea “sporca” l’aurea intoccabile del Principe – homeless, attraverso uno sguardo allo stesso tempo estetico e sociopolitico, realizzando una coreografia politica, scevra da comune retorica.

CORPUS HOMINIS

ideazione, regia, coreografia Enzo Cosimi

performer Matteo Sedda, Lino Bordin

immagini Lorenzo Castore

disegno luci Gianni Staropoli

video Stefano Galanti

sound design Enzo Cosimi

montaggio suono e foto Niccolò Notario

cura spazio scenico Enzo Cosimi, Gianni Staropoli

organizzazione Anita Bartolini

in collaborazione con Festival Danza Urbana – Bologna, Festival Teatri di Vetro

Corpus Hominis, indaga il rapporto tra la vita/esistenza di omosessuali in età matura e la

contemporaneità, in un sistema eterogeneo di simboli culturali e significati sociali. Corpi in disfacimento, valori appannati inseriti in una realtà dove la modernità incorona la bellezza patinata, posticcia di una società ormai essiccata di valori come l’emblema di una nuova era. Corpus Hominis rappresenta la seconda tappa del progetto Ode alla bellezza. Tre creazioni sulla diversità”

I LOVE MY SISTER

ideazione, regia, coreografia Enzo Cosimi

regia video Stefano Galanti

performer Egon Botteghi

drammaturgia video Stefano Galanti, Enzo Cosimi

video live Stefano Galanti

organizzazione Anita Bartolini

20 maggio 2019 domenica h 18 (teatro)

Compagnia Umberto Orsini

A PROPOSITO DI GATTI

con Umberto Orsini

Recital incentrato sulla figura del gatto con poesie celebri, musiche e immagini.

23-24-25 maggio 2019 h 21 (musica e danza)

Festival Flamenco Roma – Anteprima per l’Italia

FLAMENCA

Produzione, organizzazione e direzione artistica: Giuseppe Palazzo

Ingegnere del suono: Davide Palmiotto

Scenografia: Bruno Colella

Ufficio stampa: Fiorenza Sammartino

Audio equipment: Show Event Roma di Alfonso Stagno

Grafica: Giacomo Ara

I CONCERTI :

23 Maggio h 21

DIEGO AMADOR – Cuarteto

Cuarteto

24 Maggio h 21

JAVIER COLINA & JOSEMI CARMONA ‘DE CERCA

feat. Bandolero, Sandra Carrasco

25 Maggio h 21

José Del Tomate ‘TOMATITO Hijo’ & Kiki Cortiñas

Cuarteto feat. ‘El Polito’ al baile

Flamenca è la vita, Flamenca è la strada, Flamenca è l’arte.

Sul palco del Teatro Vascello la prima edizione del Festival che rompe gli schemi e apre ai protagonisti del rinnovamento.

Tre spettacoli, tre concerti, tre formazioni d’eccezione che, sulle orme del patrimonio artistico lasciato dai grandi del Flamenco del 900 – riconosciuto nel 2010 dell’Unesco come arte universale –  rappresentano il nuovo, il cambiamento, la contaminazione e il rinnovamento.

Ad aprire Flamenca il 23 maggio, Diego Amador, in un concerto nei colori e nelle melodie del Flamenco nuevo:Amador nasce a Siviglia in una famiglia gitana e ha così modo fin da piccolo di vivere il Flamenco nelle fiestas del quartiere e delle famiglie gitane del barrio 3 mil viviendas; fino ad arrivare ad essere, oltre che pianista eccezionale e cantaor dalla voce inconfondibilmente andalusa, arrangiatore e polistrumentista raffinato che vanta di collaborazioni prestigiose tra cui vale la pena citare: Chick Corea, Charlie Haden, Pat Metheny, Tomatito Israél Galvàn, Joaquin Cortés, Oscar D’Leon, Alejandro Sanz. Diego respira Flamenco, disegna architetture moresche, armonie tardoromantiche, atmosfere jazz e musica latina dal cuore gitano, di chi ha appreso da Camarón, Paco De Lucia, Sabicas. 8 i dischi incisi a proprio nome, firmati dalle etichette Concord, Original Jazz Classics, Philips, Nuevos Medios. Nel 2016 raggiunge i vertici delle classifiche in America Latina con La Sandunguita, singolo dell’ album Soy del las 3000, esempio di una saggia fusione tra flamenco e musica latina. Definito da molti il ’Mozart gitano’, suonerà in quartetto con Jesús Garrido (Basso elettrico) Israel Varela (batteria) Diego Amador jr. (Percussioni).

Saranno poi Josemi Carmona e Javier Colina, ad esibirsi il 24 maggio in un concerto presentazione del loro disco ‘De Cerca’, firmato insieme ed edito da UNIVERSAL: un dialogo profondo in un lavoro lirico, notturno, assoluto con la partecipazione speciale di Sandra Carrasco alla voce e José Ruiz ‘Bandolero’alle percussioni.

Josemi, chitarrista, compositore, produttore, arrangiatore definito da Paco de Lucia « uno tra i chitarristi che hanno ridefinito il modo di suonare lo strumento nel XXI secolo» cuore e mente dei KETAMA, il gruppo spagnolo che tra i primi ha attuato un rinnovamento e una contaminazione del flamenco con 15 dischi alle spalle (Universal, Philips, Polygram, Nuevos Medios, Mercury…) e milioni di copie vendute, solcando dunque i palcoscenici internazionali di tutto il mondo, ha il merito di  aver dato vita a un rinnovamento nel flamenco, aprendolo a elementi, suoni, ritmi e collaborazioni provenienti dal pop, alla musica africana, a quella latina, al jazz. La fusione musicale con Javier Colina, definito da Bebo Valdes  «uno dei migliori contrabbassisti con cui ho suonato nella mia vita e senza dubbio il più completo», Josè Ruiz (El Bandolero) e Sandra Carrasco, nuova promessa nel panorama flamenco e della musica spagnola in senso più ampio, è la massima espressione di un linguaggio maturo e profondo che svela, ancora una volta, la fusione possibile tra flamenco, jazz e canzone sudamericana.A chiudere il festival il 25 maggio il quartetto del chitarrista Tomatito hijo & Kiki Cortiñas al cante, entrambi enfant prodige, il primo è figlio di Tomatito – punto di riferimento del Flamenco in Spagna e in tutto il mondo – esordisce a soli 9 anni alla Bienal de Flamenco di Siviglia, per poi continuare a salire sui palcoscenici internazionali (Lincoln Center di New York al Sadler’s Wells di Londra, al Berklee College of Music di Boston…), il secondo è il cantaor e polistrumentista che ha pubblicato il suo primo album a 12 anni. Debutteranno per la prima volta in Italia il 25 maggio insieme a musicisti d’eccezione come Jhony Cortés (Cajon, Percussioni) e Antonio Moreno, in arte ‘El Polito’, bailaor e giovane talento, che promette di arrivare molto in alto, aumentando l’incredibile notorietà dei Farrucos, famiglia a cui appartiene che da generazioni occupa i primi posti del panorama della danza e del baile flamenco in Spagna. Il quartetto presenta nella prima parte il disco d’esordio di Tomatito hijo, edito da UNIVERSAL, dal titolo ‘Plaza Vieja’; nella seconda parte del concerto ascolteremo un’antologia di brani di Kiki Cortiñas, tra i massimi compositori emergenti del nuovo repertorio flamenco.

VASCELLO DEI PICCOLI

25 novembre – 15 dicembre 2018 sabato h 17 – domenica h 15 (Teatro ragazzi)

La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello

BELLA E LA BESTIA

diretto e interpretato da Valentina Bonci, Isabella Carle, Matteo Di Girolamo

Marco Ferrari, Chiara Mancuso, Pierfrancesco Scannavino

scene e costumi Clelia Catalano

musiche originali e canzoni Claudio Corona e Valerio Russo

supervisione alla regia Maurizio Lombardi

animazioni video Aqua-Micans Group

foto di Fabio Gatto

La Compagnia Dei Giovani Del Teatro Vascello continua a cimentarsi con le favole più classiche. Dopo la loro Cenerentola in cui si sono per la prima volta autodiretti, i ragazzi tornano a incontrare e scontrare le menti per una riscrittura originale della Bella e La Bestia, tratta dalla favola di Charles Perrault. Lo spettacolo si pone l’obiettivo di far divertire e riflettere grandi e bambini, grazie alla loro arma più pericolosa … l’ironia. La Bella e La Bestia è una grande storia d’Amore, un Amore tra due esseri tanto diversi tra di loro che saprà aprire le porte a una nuova felicità mai immaginata. Sia Bella che Bestia sono desiderosi di cambiare, l’una di uscire dai ritmi lenti e ripetitivi di un piccolo borgo che le sta stretto e l’altra di spezzare un maleficio che lo tiene incatenato al proprio aspetto esteriore, bello o sgradevole che sia. La Bella e la Bestia si stupiranno specchiandosi negli occhi della persona amata vedendosi finalmente trasfigurati, non più così irrimediabilmente diversi, “strani” a vedersi, ma semplicemente resi perfetti dalla forza del loro Amore

dal 2 al 6 gennaio 2019 martedì h 17 e dal mercoledì alla domenica doppia h 16 e h 19  La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Marco Zoppi

BUBBLES    REVOLUTIONS

con Marco Zoppi e Rolanda

Dopo un’assenza di 2 anni, al teatro Vascello tornano Marco Zoppi e Rolanda.

E con loro torna “BuBBles”, ormai diventato un’icona internazionale dell’intrattenimento per famiglie. Lo spettacolo, che è stato rappresentato in oltre 40 paesi nel mondo – dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina alla Colombia passando dal Giappone(solo per citarne alcuni) – approda al teatro Vascello in un’edizione rinnovata, ancora più spettacolare, ancora più magica, ancora più suggestiva!

Le bolle di sapone saranno, come sempre, le indiscusse protagoniste sul palco ma insieme ad acqua, aria e sapone, si aggiungerà un nuovo elemento

– la luce –in una forma mai vista prima d’ora. Il tutto presentato con la destrezza e la maestria che contraddistinguono Marco Zoppi e Rolanda e che li portano a detenere saldamente, sin dal 2014, il titolo di migliori Artisti delle Bolle di Sapone Europei.

Una ricerca senza fine, un percorso quasi alchemico, alla scoperta dei più spettacolari effetti che gli elementi possono realizzare per potervi offrire il sogno ad occhi aperti più reale che ci sia!

12-13 gennaio 2019 sabato h 17 – domenica h 15(Teatro ragazzi)

Teatro delle Marionette degli Accettella

I SEGRETI DI POLLICINO

liberamente ispirato a Le Petit Poucet di Charles Perrault e Diario segreto di Pollicino di Philippe Leichermeier e Rebecca Dautremer

di Silvia Grande e Stefania Umana

con Lavinia Anselmi e Stefania Umana

scenografia e proiezioni dal vivo Andrea Croci musiche originali Dino Semeraro e Giuseppe Soloperto

figure e costumi Matteo Rigola

tecnica Teatro d’attore, proiezioni, ombre e figure

Dora e Palmira sono due sorelle che stanno giocando nella loro stanza e, come al solito, Palmira costringe Dora a sottoporsi a una serie di sfide e gare. Dora si vor-rebbe sottrarre, ma non ne ha il coraggio, non riesce a tirare fuori il carattere e ribellarsi alla sorella. Ma quel giorno, nella loro stanza, succederà qualcosa che ha dell’incredi-bile. In quel luogo condiviso, di giochi e di studio, di complicità, ma più spesso di competizione, ingrigito dalla rivalità, un’antica fiaba, Pollicino, prenderà vita e salverà le due sorelle, rivelando loro il suo segreto più profondo: C’è solo una cosa che ti può salvare, scoprire chi sei ! Dora e Palmira saranno inizialmente incredule spettatrici, travolte, loro malgrado, dalla storia. Man ma-no, però, saranno loro stesse a ricostruire l’incredibile viaggio del settimo fi-glio di due boscaioli, così piccolo che quando era venuto al mondo non sem-brava più grande del dito pollice, perciò lo chiamarono Pollicino. Il povero pic-colo era diventato il capro espiatorio della famiglia, e gli davano sempre torto. Insieme a Pollicino e ai suoi fratelli, Dora e Palmira attraverseranno il bosco, sconfiggeranno i lupi, l’orco e le loro paure, tornando a casa vincitrici.  Pollicino è una storia di scoperte, di riscatto, di conoscenza di sé, ed è attra-verso questa fiaba che Dora e Palmira capiranno un po’ più di loro stesse, dell’importanza di scoprire quali siano le proprie potenzialità, per poi coltivarle. Età consigliata 5-10 anni

19-20 gennaio 2019 sabato h 17 – domenica h 15(Teatro e danza ragazzi)

Balletto 90

YOGA TALES

di e con Maria Grazia Sarandrea e Basia Wajs

scenografie Maddalena Giansanti

musiche e costumi tradizionali orientali

Yoga Tales è uno spettacolo interattivo dedicato ai bambini che prende spunto dalla millenaria cultura indiana dello yoga. La rappresentazione contiene fiabe che rievocano posizioni (asana) ispirate ad animali e alla natura.

I bambini, a piccoli gruppi, partecipano attivamente all’esecuzione di sequenze yogiche; suonano piccoli strumenti a percussione; in alcuni brani partecipano al canto, in altri sono presenti nell’esecuzione di alcuni passi di danza indiana; infine imparano le respirazioni (pranayama) e il rilassamento secondo le tecniche dello yoga, che donano al corpo e alla mente equilibrio e armonia.

Scenografie simboliche e colorate fanno da sfondo allo spettacolo, la musica crea un’atmosfera di concentrazione, destando inoltre la fantasia del pubblico dei piccoli.

Yoga Tales rappresenta un’esperienza significativa per lo sviluppo e l’arricchimento della conoscenza e della consapevolezza corporea dei bambini.

Durata spettacolo: 60 minuti Spettacolo interattivo per bambini da 5 a 11 anni

26-27 gennaio e 2-3 febbraio 2019 sabato h 17 – domenica h 15  (Teatro ragazzi)

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello/Associazione Nomen Omen  

LA SPADA NELLA ROCCIA: LA STORIA DI RE ARTÙ

adattamento teatrale e regia di Danilo Zuliani

con Riccardo Grandi, Mario Focardi, Alessandra Cavallari, Luciano Giugliano Alessandra Maccotta, Danilo Zuliani

musiche originali composte da Michele Piersanti

eseguite dal vivo con la partecipazione di Francesco Sennis

aiuto regia Alessandra Cavallari

scenografie e costumi Anthony Rosa con la collaborazione di Martina Marcucci

Un giorno qualunque, un giorno normale, con occhi più attenti diventa speciale. Come ogni seme, portato dal vento, in terra sepolto diventa portento. Il piccolo Artù, come ogni bambino,è un seme caduto con un grande destino.

“Chiunque estrarrà questa spada da questa roccia sarà re” ovvero l’avvincente saga del leggendario Artù, nel suo percorso formativo che da fanciullo lo porterà ad essere un uomo. Un percorso avventuroso, denso di scoperte, accompagnato e sostenuto da un maestro d’eccezione: il saggio Mago Merlino. Una commedia musicale con atmosfere medievali in ambiente fantastico e armonizzato dalle note della musica dal vivo

Adatto: dai 4 anni in su. Tecnica d’attore e musica dal vivo

9-10 febbraio 2019 sabato h 17 – domenica h 15(Teatro ragazzi)

Accademia Italiana del Flauto

GALATEA RANZI in

IL BARONE LAMBERTO

di Gianni Rodari

adattamento Ennio Speranza

regia Stefano Cioffi

musiche Luigi Marinaro illustrazioni Rita PetruccioliOrchestra Senza Tempo Luigi Marinaro, direttore

Il barone Lamberto è un vecchio decrepito, amareggiato da numerosi acciacchi, veri o presunti. La sua vita cambia radicalmente, quando decide di applicare alla lettera una massima religiosa dell’antico Egitto: «L’uomo il cui nome è detto resta in vita». Paga infatti sei persone, perché ripe- tano senza sosta il suo nome ed ecco rifiorire in lui salute e giovinezza. Con ritrovata arguzia e con il suo corpo, che si rigenera a ogni momento, tiene addirittura testa a una banda di malfattori; si riprende persino da una morte momentanea e, quando rinasce, decide di ricominciare tutto da capo: infatti è ritornato bambino.
Un classico della letteratura rodariana ci concede un viaggio su due vite, un’esperienza raccontata dalla v
oce della straordinaria Galatea Ranzi con l’accompagnamento di 20 percussionisti e 30 flautisti tutti delle scuole medie di Roma .

dal 16 febbraio al 10 marzo 2019  sabato h 17 – domenica h 15 (Teatro ragazzi)

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

IL LIBRO DELLA GIUNGLA

da Rudyard Kipling

diretto da La compagnia dei Giovani del Teatro Vascello

interpretato da Valentina Bonci, Isabella Carle, Matteo Di Girolamo

Marco Ferrari, Chiara Mancuso, Valerio Russo, Pierfrancesco Scannavino

musiche Claudio Corona Belgrave

costumi e scene Clelia Catalano e Silvia Colafrancesco

illustrazione Clelia Catalano

video proiezioni Paride Donatelli

I giovani attori del Teatro Vascello propongono ancora una volta un divertentissimo lavoro, partendo in questa occasione dalla famosa opera letteraria Il Libro della Giungla di Rudyard Kipling, giovanissimo premio Nobel per la Letteratura nel 1907.

Grazie a un allegro e talentuoso team creativo, le famiglie verranno catapultate nel mondo del piccolo cucciolo d’uomo: canti dal vivo e coreografie evocheranno atmosfere tipicamente indiane, con costumi e maschere fatte a mano dalla talentuosa Clelia Catalano che coloreranno ulteriormente la scena lasciando indubbiamente gli spettatori piccoli e grandi senza parole. E, attraverso l’arte, in maniera gioiosa e leggera, verranno affrontati anche temi importanti, come quelli dell’amicizia e dell’ecologia.

dal 16 marzo al 14 aprile 2019 sabato h 17 – domenica h 15 (Teatro ragazzi)

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello/Associazione Nomen Omen  

KIRIKÙ un eroe piccolo piccolo

adattamento teatrale e regia di Danilo Zuliani

con Riccardo Grandi, Mario Focardi, Alessandra Cavallari, Luciano Giugliano  Alessandra Maccotta, Danilo Zuliani

musiche originali composte da Michele Piersantieseguite dal vivo con la partecipazione di Francesco Sennis

coreografie Rossana Longo, aiuto regia Alessandra Cavallari

scenografie e costumi Anthony Rosa con la collaborazione di Martina Marcucci

Un villaggio molto lontano è dominato dalla perfida strega Karabà che tutti temono e che trasforma gli uomini in oggetti, sottomettendoli.

Finalmente un giorno nasce un bambino di nome Kirikou che, attraverso la sua volontà, il suo coraggio ed il suo grande amore, riesce dapprima a convincere gli altri bambini ad avere fiducia in lui, e poi, con la sua intelligenza, libera dal maleficio il villaggio e la stessa strega; infatti Karabà era stata resa cattiva da alcuni malvagi ed ora, liberata dalla spina velenosa che la rendeva perfida, torna buona e gentile innamorando di sé Kirikou nel frattempo divenuto adulto.

La morale della fiaba è che non occorrono eroi grandi e potenti perché l’amore vinca il male ma è sufficiente anche un bambino che crede fermamente nei valori del bene e della giustizia.

Informazioni

Orari spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21 domenica ore 18

Sala Studio ore 21.30 domenica ore 18.30

Foyer letterario ore 18

Vascello dei Piccoli: sabato ore 17 e domenica ore 15

Marco Zoppi Bubbles replica martedì 2 gennaio 2019 ore 17 e dal 3 al 6 gennaio tutti i giorni alle ore 16 e alle ore 19

Giorni di chiusura del teatro:

24-25 dicembre 2018 1° gennaio 2019 e 19-20-21-22 aprile 2019

Orari biglietteria da settembre 2018 a maggio 2019:

lunedì h.10-17

(ad eccezione dei giorni in cui è prevista la rappresentazione fino alle ore 21.30)

Dal martedì al -sabato h.10-21.30

domenica h. 14-19

Biglietteria:

Prosa: intero € 20 – ridotto over 65 € 15 – ridotto studenti € 12

danza e musica: intero € 15 – ridotto over 65 e studenti € 12

vascello dei piccoli: posto unico € 10

servizio di prenotazione per tutti gli spettacoli € 1 a biglietto

abbonamenti:

abbonamento Free Classic € 90,00: 10 spettacoli a scelta programmazione prosa, musica e danza 

abbonamento Love € 80,00: 4 spettacoli in coppia, a scelta programmazione prosa, musica e danza 

abbonamento Family € 40,00: programmazione Vascello dei Piccoli 5 ingressi cumulabili per adulti e bambini 

Card regalo (prepagata) a partire da € 40 (ingressi consentiti in relazione al costo del biglietto pubblicato)

TEATRO VASCELLO

Via Giacinto Carini, 78 – 00152 Roma

Tel. 06.5881021/06.5898031

www.teatrovascello.it promozione@teatrovascello.it

Il Teatro Vascello si trova nello splendido quartiere di Monteverde vicino al Gianicolo sopra a Trastevere a Roma, con i suoi 350 posti, la platea a gradinata e il palcoscenico alla greca permette un’ottima visibilità da ogni postazione.

Il Teatro Vascello propone spettacoli di Prosa, Spettacoli per Bambini, Danza, Drammaturgia Contemporanea, Eventi, FestivaL, Rassegne, Concerti, Laboratori

Come raggiungerci con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Francesco Saverio Sprovieri, 10, Roma tel 06 58122552; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello

Struttura dotata di aria condizionata.

Teatro Vascello : accesso per i diversamente abili su via Massari, 3 previa segnalazione alla biglietteria (posti assegnati solo in prima fila).