Le Principesse delle Favole hanno scarpe spaiate, mangiano mele avvelenate, cadono in un sonno centenario per
colpa di un fuso magico. Le Principesse del Presente, se non si schiantano in un sottopassaggio Parigino o in una
curva nei pressi di Monaco, riempiono le riviste con i loro scivoloni di etichetta o successi da partorienti.
Nella Favole e nel Presente, le Principesse si sposano sempre.
Turandot, da un favolistico regno Cinese, rappresenta un’eccezione: non vuole essere la moglie di nessuno.
Costretta dal padre Imperatore, decide di accettare come consorte solo colui che riuscirà a risolvere tre difficili
indovinelli. Per chi fallisce c’è la decapitazione.
Questa storia comincia con una testa che rotola. L’ennesima.
Un coro chiede: si può essere crudeli al punto di uccidere chi ha fallito in un’impresa d’amore?
Un altro coro risponde: non è crudele uccidere chi è così stupido da mettere in palio la propria vita per una donna
che ha visto solo in foto.
Mettere al centro del discorso una guerra Maschi contro Femmine o un ipotetico scontro culturale tra Oriente e
Occidente e decidere per chi tifare è limitante. Significa depotenziare una riflessione cruciale sui rapporti umani,
sul sé e l’altro da sé, affogandoli in un mare affollato di considerazioni di genere generico.
Chi è oggi Turandot? L’etimo della parola Principessa, chi occupa il primo posto, pone interrogativi. Il primo posto
di cosa? Nella cronaca rosa? Nella politica? Nel cuore dei sudditi? Nell’economia? Nella scienza?
Sul palco/podio, due sovrani del panorama artistico – Petra Magoni e Ferruccio Spinetti – moltiplicheranno i loro
talenti per alimentare il vero soggetto di questo racconto: l’enigma!
Se conosci le risposte il mistero non è più tale. Come le teste degli sfortunati pretendenti, la T finale del titolo
cade. Un accento prende il suo posto per sottolineare la matrice popolare e impertinente di questo spettacolo.